martedì, novembre 09, 2010

Meu Pedacinho de Chão

Encontrei este documento em YouTube. O primeiro capítulo da novela Meu Pedacinho de Chão. Era o Serelepe, tinha 12 anos.

sabato, settembre 18, 2010

Minha Vida daria uma Novela

Tenho poucas fotografias do período em que trabalhei na televisão. Minha mãe, Marilva, tinha uma série di álbuns, repletos de fotos e de recorte de jornais, que documentavam minha “carreira artística”, minha e dos meus irmãos. Nunca dei muito valor àquelas imagens e não sei aonde foram parar. Sempre falei pouco sobre esta fase da minha vida. Não se trata exatamente de uma remoção, afinal foram dez anos da minha história, dos 4 aos 14 anos, toda a minha infância e parte da minha adolescência, que marcaram profundamente o meu percurso humano. Até mesmo as recordações daquela época são escassas e de acesso pouco imediato. Me dei conta disto somente há poucos dias atrás, quando coloquei online o meu site pessoal. Faltava uma voz no menu principal que fizesse referência ao tempo em que trabalhava como ator-mirim. É curioso que somente agora, à distância de meio século, me sinta preparado a revisitar esta aventura-desventura que, não posso negar, condicionou, em um certo modo, o resto do meu caminho.
Foram as artimanhas do destino que me conduziram a este atalho da memória.
Vivo há dez anos num país estrangeiro. Trabalho com loucos e velhos. Utilizo a fotografia como principal meio de comunicação. Juntos, tentamos construir uma narração possível da vida dessas pessoas a mim tão semelhantes. Paradoxalmente, nunca havia parado para organizar as minhas próprias lembranças, conscientes e ocultas, sobretudo deste capítulo televisivo da minha tortuosa existência.
Neste momento estou recolhendo as poucas imagens que acabaram ficando comigo: duas revistas, dois artigos de jornal e uma foto de cena. Foi meu pai, Filhinho, que um dia apareceu em casa para entregar-me estes documentos amarelados quando morávamos em Natal, no Rio Grande do Norte. Encontrei outras imagens na Rede e até dois vídeos em que apareço: o primeiro capítulo da novela Meu Pedacinho de Chão e um quadro de Vila Sésamo.
Minha irmã maior, Nenê e meus irmãos Guto e Adolpho certamente me ajudarão a recompor este quebra-cabeça do passado fornecendo fotos e causos que fazem parte da nossa mitologia familiar.
Com o passar de tantos anos, esta experiência de caráter pessoal revela-se também como parte da trama da história social da televisão brasileira. Participei da primeira grande produção de telenovelas e da primeira novela educativa, da estréia de Regina Duarte, Renée de Vielmond, de Sônia Braga entre muitas outras atrizes que se tornaram famosas. Contracenei com os principais atores e atrizes da década de 60, conheci os bastidores da jovem televisão brasileira e vivi tudo isso com os olhos e o coração de menino. Tenho sim muita coisa pra contar daquele período.
Tenho já na ponta da pena o caso trágico de quando aprendi a pronunciar a palavra “micrófono” nos tempos que apresentava a Gincana Kibon, de como consegui entrar no programa Moacyr Franco Show, de quando flagrei, sem querer, um diretor brincando de papai e mamãe com uma jovem atriz nos estúdios da Vera Cruz, a minha amizade com um pastor alemão, Radar, que roubou a cena do Procópio Ferreira, a breve experiência da única vez que fiz papel de menino rico, de quando a Márcia de Windsor brigou com o Walter Avancini por minha causa, minha paixão secreta de garoto pela filha do Percy Ayres e depois pela filha do Benedito Ruy Barbosa, e de adolescente pela estreante Sônia Braga. Mas quero fazer isso tudo com calma, a calma que não existia no core-corre, “rápido e rasteiro”, que atropelou a minha infância movimentada, aventurosa mas sofrida. Quero também refletir sobre o fenômeno do início da televisão no Brasil e sobre a dinâmica do meu relacionamento com minha mãe, a artífice de todas estas histórias.
Espero encontrar algum jornalista, pesquisador, historiador, ou até mesmo algum ex colega de profissão interessado na evolução da TV no Brasil, que me ajude a resgatar imagens dos principais programas e das novelas em que atuei e que foram os seguintes:
A Grande Gincana Kibon
Moacyr Franco Show
A Deusa Vencida
A Grande Viagem
Os Fantoches
O Terceiro Pecado
A Última Testemunha
João Juca Jr.
Meu pedacinho de Chão
Vila Sésamo
Sinto uma grande excitação por este projeto narrativo, pois, como se dizia nos meus tempos de criança, “Minha Vida daria uma Novela”.

venerdì, luglio 09, 2010

Immagini per Raccontarsi


Negli ultimi tre mesi mi sono dedicato prevalentemente alla preparazione e alla realizzazione del Laboratorio di Fototerapia "Immagini per Raccontarsi" che ho condotto per il Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali dell'Università Ca' Foscari di Venezia.
È stata per me una esperienza che rappresenta la conclusione di un ciclo e l'inizio di una nuova fase della mia vita professionale e personale.
Ho imparato tante cose da questa avventura che devo ancora metabolizzare.
Mi farebbe molto piacere condividere con voi questo percorso.
Vi invito a visitare il sito del progetto "Immagini per Raccontarsi" e il blog del gruppo. Ho raccolto in questi due canali le informazioni e la documentazione dell'intervento.
È naturale che dopo la conclusione di un lungo e intenso lavoro come questo, uno venga invaso da un sentimento di vuoto-pieno. Spero che le persone che hanno partecipato al laboratorio abbiano gradito l'evento e che possiamo continuare ad approfondire le nostre nascenti amicizie.
Ecco il video con la documentazione compatta del laboratorio di fototerapia.

venerdì, maggio 07, 2010

O Palhacinho Chegou


Vivevo a Berlino. 1984, 25 anni. Lavoravo sei giorni alla settimana, 10, 12 ore dentro le cucine di ristoranti italiani e spagnoli. Nonostante questo, non c’è stato un altro periodo nella mia vita in cui abbia frequentato così tanti concerti.

Egberto Gismonti si presentava in una chiesa. Ci sono andato con una ragazzina italiana, Gi, che sarebbe diventata mia moglie. La chiesa era piena. Lo spettacolo tardava ad iniziare. Ho domandato ad un giovane tedesco seduto vicino a me a che ora doveva cominciare. “Fa sempre così, Egberto, non si sa mai quando da il via e quando va via”. Non ho mai incontrato tante persone esperte in musica brasiliana come a Berlino. Quando Egberto è entrato, insieme al percussionista Naná Vasconcelos, un intenso profumo di un’erba dolce ha invaso l’ambiente. Il concerto è durato un’ora scarsa. Poi sono iniziati i bis, i tris, che si sono stesi per un’altra ora abbondante. L’ultimo pezzo era una melodia di una allegria melanconica, liberatoria e rassegnata come gli ultimi singhiozzi di un lungo pianto. “nananaNanananaNaana” Quella melodia mi è rimasta in testa per molto tempo, e l’eco di quella sensazione di fine concerto continuò a rimbombare dentro di me per molte stagioni ancora.

Dieci anni più tardi, 1994, 35 anni, vivevo a Natal, in Brasile, abitavo in una casa meravigliosa che Gi ed io stavamo costruendo davanti al mare Atlantico della spiaggia di Ponta Negra. Era un presente che portava con sé la consapevolezza di essere probabilmente il periodo aureo della mia esistenza. Gigliola mi regala un vinile per il mio compleanno. Lo metto sul giradischi e ascolto distrattamente, finche... “nananaNanananaNaana” Eccola! Prendo la copertina per scoprire il titolo di quella musica meravigliosa che mi aveva incantato così profondamente. “Palhaço”, Pagliaccio. Strano, deludente, inquietante, triste, patetico. Avrei preferito non conoscere il titolo di quel gioiello musicale. I pagliacci non mi piacciono, non mi sono mai piaciuti, nemmeno da bambino. Mi rendono triste, depresso, infelice. Non mi fanno ridere per niente i pagliacci. I comici sì che mi piacciono, gli ammiro, mi divertono e mi emozionano. Considero Charlie Chaplin uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, lo adoro. Ma i pagliacci, no. Sono tristi, patetici e mi trasmettono infelicità. Chissà perché? Vedevo soltanto tristezza negli occhi di quei uomini di naso rosso che cercavano disperatamente di strapare delle risate alla platea ingenua dei poveri circhi di campagna che mi ricordo di aver frequentato nelle mie vacanze da piccolo.

Poi, ci sono stati anche gli ultimi capitoli dell’ultima telenovela nella quale ho lavorato, “Meu Pedacinho de Chão”, Mio Pezzetto di Terra del 1972. Avevo 13 anni. Il personaggio che interpretavo, Serelepe, ha preferito fuggire insieme ad una compagnia di circo per non dover andare a vivere in un orfanotrofio, lasciando dietro Pituquinha, la sua passione infantile, sua e mia. “Come vuoi che sia il tuo pagliaccio?”, mi domandò la truccatrice. “Un pagliaccio che piange”, rispose. E così è stato.

Notte fonda. 2010, 51 anni. Un’altra stagione bella della mia vita. Sono davanti al computer e mentre ascolto questa ormai vecchia melodia, a basso volume, per non disturbare Gi e mia figlia, Marina, che si devono alzare presto domani, cerco informazioni nella Rete per costruire la scheda informativa di “Palhaço” da condividere con i partecipanti del laboratorio di fototerapia che condurrò per il Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stata composta nel 1980.

Dov’ero, nel 1980?

Dio Buono, 1980, 21 anni! L’anno più difficile della mia vita, segnato da una terribile tragedia in famiglia. Una tragedia, purtroppo annunciata...

Rientro dall’Inghilterra in Brasile, in fretta e fuga. Dopo aver salutato mia madre, che mi è parsa così rimpicciolita, così diversa da come la ricordavo, sono andato a trovare un mio fratello che da giorni si era chiuso in una stanza. L’ho trovato che si trascinava per terra, urlava, piangeva, sbatteva la testa contro i muri. Io cercavo insistentemente di parlare con lui, di farlo “ragionare”, inutilmente. Era come se io non ci fosse. Fino a quando lui si ferma per un momento, mi guarda e dice lentamente: “O Palhacinho chegou”, “È arrivato il pagliaccetto”, e riprese l’esercizio più che legittimo di manifestazione del suo dolore. Soltanto allora mi sono reso conto che sembravo proprio un pagliaccio quel giorno. Portavo un pullover a strisce bianche, rosse e blu e indossavo una faccia da inglesino mulatto. Soffrivo come lui, ma non avevo il coraggio di dare sfogo alla mia pena. La portavo dentro di me come un sasso e così è rimasta per molto tempo.

L’anno scorso, due vecchi amici di liceo sono venuti dal Brasile a trovarmi qui in Italia perché festeggiassimo insieme il nostro “mezzo secolo” di avventura. Alla fine di una cena qui a casa, dopo aver svuotato tutte le bottiglie di vino che avevamo a disposizione, uno di loro, Gilfredo, ha ricordato le triste vicende di quel 1980. Abbiamo pianto insieme, e molto. Sentivo che quel sasso che portavo dentro il petto cominciava a sciogliersi delicatamente.

Oggi, non so perché, mi sento meno pagliaccio, e i pagliacci, con la loro ambigua allegria, forse, mi danno meno fastidio. E per essere sincero, devo confessare di sentirmi addirittura felice. Non sfido il futuro, ma non lo temo nemmeno, ne il futuro, ne il passato. Non più.

lunedì, maggio 03, 2010

La Scimmia Volante del Pensiero


“Perché ascoltare Umberto Galimberti?”, domandò la Professoressa Ivana Padoan agli allievi del Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La risposta era talmente ovvia che ci ha sconcertati a tutti. Per molti di noi, la possibilità di avere Umberto Galimberti come docente costituiva la ragione principale della nostra partecipazione a quel percorso formativo. Alcuni anni prima, avevo avuto l’occasione di sentire il Filosofo parlare in un affollatissimo teatro ad Ancona. Ero molto in fondo, in piedi e non riuscivo a vedere il suo volto. Ho assistito la costruzione del suo discorso filosofico con lo stesso appagamento di quando ascolto Brahms. Galimberti, partendo da un fatto quotidiano arrivò alla concezione platonica dell’anima spaziando per la Psicoanalisi, la Filosofia Contemporanea, i mezzi di comunicazione, la Storia, la Sociologia, la cronaca nera. Gli applausi della platea, alla fine, mi hanno riportato alla dimensione più prosaica della realtà e soltanto allora mi sono reso conto che due ore erano passate. Al ritorno a casa mi sono ricordato di una esperienza simile a questa, in cui avevo perso la nozione del tempo. Ero in Brasile, ragazzo cresciuto in una metropoli, mi trovavo per la prima volta in una foresta al nord di Mato Grosso. Ho sentito l’avvicinarsi di gridi che non sapevo se provenivano da uccelli o da altri animali. Tutto d’un tratto assisto attonito ad una scimmia volante compiere un volo da un albero altissimo ad un altro molto lontano, correggendo la traiettoria della volata con la sua lunghissima coda. Il tragitto avrà durato 5 secondi, eppure mi è sembrato una eternità. Un volo talmente improbabile per un animale senza alle... Una scimmia che vola e che urla come un uccello, una bestia buffa e sorprendente, un capolavoro della natura. Un’opera d’arte vivente che mi ha lasciato senza fiato. Sono rimasto lì a guardare quella fetta di cielo sopra di me, mentre la scimmia continuava la sua fuga in mezzo alla giungla, inconsapevole della sua prodigiosità.
Ho raccontato questa storia come risposta alla domanda della Professoressa Padoan, senza l’intenzione di alludere ad’una presunta somiglianza tra il Professor Galimberti, lì presente, e la scimmia volante della mia memoria lontana. Il fatto è che tutta la classe si è scatenata in una risata beffarda che non mi ha permesso di spiegarmi meglio. E così, sono rimasto in dubbio se il Professor Galimberti si fosse offeso per essere stato chiamato “Scimmia Volante del Pensiero”. Alcuni mesi più tarde, Galimberti è tornato nelle Marche e io sono andato a trovarlo alla fine della sua palestra sui giovani a Castelfidardo. Portavo con me una bottiglia del miglior Rosso Conero della zona e un biglietto di scusa per il mio intervento infelice al Master di Venezia. Lui mi ha visto prima che io mi avvicinasse, mi ha riconosciuto e mi ha salutato come se fossimo vecchi amici. “Ah, la Scimmia Volante Brasiliana!” Ho consegnato la bottiglia e mi sono tenuto il biglietto di scusa. Umberto Galimberti, oltre ad essere uno dei più importanti Maestri del nostro tempo, è anche un uomo con il senso dell’umorismo. Sono molto fiero di essere stato suo allievo e di essere considerato da lui una Scimmia Volante anch’io.
Ecco il video con alcuni minuti della sua lezione al Master CLNV.

Link al file audio della lezione al Master che è durata circa un’ora.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)
Link al file audio con un suo intervento di circa un'ora e mezza per la Festa della Donna nel 2008 in Acona.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)
Link al file audio del dibattito di circa un'ora per la Festa della Donna nel 2008 in Acona.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)

lunedì, aprile 12, 2010

venerdì, aprile 09, 2010

Quando l'Anima Prende la Parola


Doveva essere un semplicissimo appuntamento di lavoro d’equipe. E apparentemente è stato proprio così. Se non fosse per una serie di piccolissimi segnali che indicavano timidamente la dimensione magica che si nasconde dietro i fatti banali della vita, come possono essere gli incontri tra le persone che per caso si trovano a realizzare un progetto insieme. Così, sono andato a questa riunione del Gruppo di Lavoro del programma “La Rete del Sollievo Prende la Parola”, senza conoscere nessuno, tranne che l’organizzatrice, con chi avevo parlato soltanto al telefono.
“Desirée, non basterebbe la polizza assicurativa per la vita, che ho già?”
“Non, Ayres, devi essere assicurato anche per gli infortuni.”
Poi ho riflettuto e le ho dato ragione. Immaginiamo che mi capitasse qualcosa mentre svolgessi la mia rischiosa attività di gestione del sito del progetto e fossi così sfigato di scampare con vita... Chi mi pagherebbe???
Sono stato l’unico ad arrivare con la polizza contro infortuni personali già fatta e pagata. “Vivere è pericoloso”, diceva Guimarães Rosa nel romanzo più bello che abbia mai letto: Grande Sertão.
Eravamo in 6. Tre maschi e tre femmine. Tra le femmine, due si chiamavano Desirée. L’altra si chiamava Vittoria, come si chiamava Vittorio uno dei maschi. L’altro maschio si chiamava Marco che suona quasi come il mio cognome: Marques. 6-3-6-1: il numero di telefono di Dio!!!
Prima della verifica della documentazione è sorta una questione apparentemente burocratica, ma che per me è un argomento che sta particolarmente a cuore e che potrebbe essere formulato come il rapporto tra la persona, il ruolo, l’appartenenza, l’identità, la rappresentazione e, scusatemi la parolaccia, l’ANIMA. Era proprio a questo che pensavo mentre Marco e Desirée esaminavano la possibilità di instaurare un rapporto tra una cooperativa e un’associazione invece che tra una persona fisica e la “Buon Umore Assossiation”. Questa breve discussione filosofico burocratica ha portato direttamente ad una problematica che riguardava tutti quanti noi, ossia, la PRECARIETA’. Sono nato negli anni della Guerra Fredda, sono cresciuto a cavallo del Boom Economico, fermato, quando ero adolescente, dalla Crisi del Petrolio, che, dopo l’Era dell’Incertezza della mia adultità, è culminata nella realistica Stagione della PRECARIETA’ senile. Com’è straordinaria la vita! E nonostante ciò, abbiamo parlato di radio web, di paure, autobiografia, fototerapia e ci siamo lasciati con qualche desiderio di rivederci presto. Poco prima di partire, abbiamo fatto un autoritratto di gruppo. Sorridevamo tutti quanti, non so per quale motivo. Forse era l’anima dell’essere umano che trova sempre un modo di manifestarsi, dribblando tutti i paletti che noi stessi insistiamo di piantare lungo questo breve cammino a tempo indeterminato che ci è dato percorrere. Sì, quando l’anima prende la parola, sorride.