
Negli ultimi tre mesi mi sono dedicato prevalentemente alla preparazione e alla realizzazione del Laboratorio di Fototerapia "Immagini per Raccontarsi" che ho condotto per il Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali dell'Università Ca' Foscari di Venezia.
È stata per me una esperienza che rappresenta la conclusione di un ciclo e l'inizio di una nuova fase della mia vita professionale e personale.
Ho imparato tante cose da questa avventura che devo ancora metabolizzare.
Mi farebbe molto piacere condividere con voi questo percorso.
Vi invito a visitare il sito del progetto "Immagini per Raccontarsi" e il blog del gruppo. Ho raccolto in questi due canali le informazioni e la documentazione dell'intervento.
È naturale che dopo la conclusione di un lungo e intenso lavoro come questo, uno venga invaso da un sentimento di vuoto-pieno. Spero che le persone che hanno partecipato al laboratorio abbiano gradito l'evento e che possiamo continuare ad approfondire le nostre nascenti amicizie.
Ecco il video con la documentazione compatta del laboratorio di fototerapia.
venerdì, luglio 09, 2010
Immagini per Raccontarsi
venerdì, maggio 07, 2010
O Palhacinho Chegou

Vivevo a Berlino. 1984, 25 anni. Lavoravo sei giorni alla settimana, 10, 12 ore dentro le cucine di ristoranti italiani e spagnoli. Nonostante questo, non c’è stato un altro periodo nella mia vita in cui abbia frequentato così tanti concerti.
Egberto Gismonti si presentava in una chiesa. Ci sono andato con una ragazzina italiana, Gi, che sarebbe diventata mia moglie. La chiesa era piena. Lo spettacolo tardava ad iniziare. Ho domandato ad un giovane tedesco seduto vicino a me a che ora doveva cominciare. “Fa sempre così, Egberto, non si sa mai quando da il via e quando va via”. Non ho mai incontrato tante persone esperte in musica brasiliana come a Berlino. Quando Egberto è entrato, insieme al percussionista Naná Vasconcelos, un intenso profumo di un’erba dolce ha invaso l’ambiente. Il concerto è durato un’ora scarsa. Poi sono iniziati i bis, i tris, che si sono stesi per un’altra ora abbondante. L’ultimo pezzo era una melodia di una allegria melanconica, liberatoria e rassegnata come gli ultimi singhiozzi di un lungo pianto. “nananaNanananaNaana” Quella melodia mi è rimasta in testa per molto tempo, e l’eco di quella sensazione di fine concerto continuò a rimbombare dentro di me per molte stagioni ancora.
Dieci anni più tardi, 1994, 35 anni, vivevo a Natal, in Brasile, abitavo in una casa meravigliosa che Gi ed io stavamo costruendo davanti al mare Atlantico della spiaggia di Ponta Negra. Era un presente che portava con sé la consapevolezza di essere probabilmente il periodo aureo della mia esistenza. Gigliola mi regala un vinile per il mio compleanno. Lo metto sul giradischi e ascolto distrattamente, finche... “nananaNanananaNaana” Eccola! Prendo la copertina per scoprire il titolo di quella musica meravigliosa che mi aveva incantato così profondamente. “Palhaço”, Pagliaccio. Strano, deludente, inquietante, triste, patetico. Avrei preferito non conoscere il titolo di quel gioiello musicale. I pagliacci non mi piacciono, non mi sono mai piaciuti, nemmeno da bambino. Mi rendono triste, depresso, infelice. Non mi fanno ridere per niente i pagliacci. I comici sì che mi piacciono, gli ammiro, mi divertono e mi emozionano. Considero Charlie Chaplin uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, lo adoro. Ma i pagliacci, no. Sono tristi, patetici e mi trasmettono infelicità. Chissà perché? Vedevo soltanto tristezza negli occhi di quei uomini di naso rosso che cercavano disperatamente di strapare delle risate alla platea ingenua dei poveri circhi di campagna che mi ricordo di aver frequentato nelle mie vacanze da piccolo.
Poi, ci sono stati anche gli ultimi capitoli dell’ultima telenovela nella quale ho lavorato, “Meu Pedacinho de Chão”, Mio Pezzetto di Terra del 1972. Avevo 13 anni. Il personaggio che interpretavo, Serelepe, ha preferito fuggire insieme ad una compagnia di circo per non dover andare a vivere in un orfanotrofio, lasciando dietro Pituquinha, la sua passione infantile, sua e mia. “Come vuoi che sia il tuo pagliaccio?”, mi domandò la truccatrice. “Un pagliaccio che piange”, rispose. E così è stato.
Notte fonda. 2010, 51 anni. Un’altra stagione bella della mia vita. Sono davanti al computer e mentre ascolto questa ormai vecchia melodia, a basso volume, per non disturbare Gi e mia figlia, Marina, che si devono alzare presto domani, cerco informazioni nella Rete per costruire la scheda informativa di “Palhaço” da condividere con i partecipanti del laboratorio di fototerapia che condurrò per il Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stata composta nel 1980.
Dov’ero, nel 1980?
Dio Buono, 1980, 21 anni! L’anno più difficile della mia vita, segnato da una terribile tragedia in famiglia. Una tragedia, purtroppo annunciata...
Rientro dall’Inghilterra in Brasile, in fretta e fuga. Dopo aver salutato mia madre, che mi è parsa così rimpicciolita, così diversa da come la ricordavo, sono andato a trovare un mio fratello che da giorni si era chiuso in una stanza. L’ho trovato che si trascinava per terra, urlava, piangeva, sbatteva la testa contro i muri. Io cercavo insistentemente di parlare con lui, di farlo “ragionare”, inutilmente. Era come se io non ci fosse. Fino a quando lui si ferma per un momento, mi guarda e dice lentamente: “O Palhacinho chegou”, “È arrivato il pagliaccetto”, e riprese l’esercizio più che legittimo di manifestazione del suo dolore. Soltanto allora mi sono reso conto che sembravo proprio un pagliaccio quel giorno. Portavo un pullover a strisce bianche, rosse e blu e indossavo una faccia da inglesino mulatto. Soffrivo come lui, ma non avevo il coraggio di dare sfogo alla mia pena. La portavo dentro di me come un sasso e così è rimasta per molto tempo.
L’anno scorso, due vecchi amici di liceo sono venuti dal Brasile a trovarmi qui in Italia perché festeggiassimo insieme il nostro “mezzo secolo” di avventura. Alla fine di una cena qui a casa, dopo aver svuotato tutte le bottiglie di vino che avevamo a disposizione, uno di loro, Gilfredo, ha ricordato le triste vicende di quel 1980. Abbiamo pianto insieme, e molto. Sentivo che quel sasso che portavo dentro il petto cominciava a sciogliersi delicatamente.
Oggi, non so perché, mi sento meno pagliaccio, e i pagliacci, con la loro ambigua allegria, forse, mi danno meno fastidio. E per essere sincero, devo confessare di sentirmi addirittura felice. Non sfido il futuro, ma non lo temo nemmeno, ne il futuro, ne il passato. Non più.
lunedì, maggio 03, 2010
La Scimmia Volante del Pensiero

“Perché ascoltare Umberto Galimberti?”, domandò la Professoressa Ivana Padoan agli allievi del Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La risposta era talmente ovvia che ci ha sconcertati a tutti. Per molti di noi, la possibilità di avere Umberto Galimberti come docente costituiva la ragione principale della nostra partecipazione a quel percorso formativo. Alcuni anni prima, avevo avuto l’occasione di sentire il Filosofo parlare in un affollatissimo teatro ad Ancona. Ero molto in fondo, in piedi e non riuscivo a vedere il suo volto. Ho assistito la costruzione del suo discorso filosofico con lo stesso appagamento di quando ascolto Brahms. Galimberti, partendo da un fatto quotidiano arrivò alla concezione platonica dell’anima spaziando per la Psicoanalisi, la Filosofia Contemporanea, i mezzi di comunicazione, la Storia, la Sociologia, la cronaca nera. Gli applausi della platea, alla fine, mi hanno riportato alla dimensione più prosaica della realtà e soltanto allora mi sono reso conto che due ore erano passate. Al ritorno a casa mi sono ricordato di una esperienza simile a questa, in cui avevo perso la nozione del tempo. Ero in Brasile, ragazzo cresciuto in una metropoli, mi trovavo per la prima volta in una foresta al nord di Mato Grosso. Ho sentito l’avvicinarsi di gridi che non sapevo se provenivano da uccelli o da altri animali. Tutto d’un tratto assisto attonito ad una scimmia volante compiere un volo da un albero altissimo ad un altro molto lontano, correggendo la traiettoria della volata con la sua lunghissima coda. Il tragitto avrà durato 5 secondi, eppure mi è sembrato una eternità. Un volo talmente improbabile per un animale senza alle... Una scimmia che vola e che urla come un uccello, una bestia buffa e sorprendente, un capolavoro della natura. Un’opera d’arte vivente che mi ha lasciato senza fiato. Sono rimasto lì a guardare quella fetta di cielo sopra di me, mentre la scimmia continuava la sua fuga in mezzo alla giungla, inconsapevole della sua prodigiosità.
Ho raccontato questa storia come risposta alla domanda della Professoressa Padoan, senza l’intenzione di alludere ad’una presunta somiglianza tra il Professor Galimberti, lì presente, e la scimmia volante della mia memoria lontana. Il fatto è che tutta la classe si è scatenata in una risata beffarda che non mi ha permesso di spiegarmi meglio. E così, sono rimasto in dubbio se il Professor Galimberti si fosse offeso per essere stato chiamato “Scimmia Volante del Pensiero”. Alcuni mesi più tarde, Galimberti è tornato nelle Marche e io sono andato a trovarlo alla fine della sua palestra sui giovani a Castelfidardo. Portavo con me una bottiglia del miglior Rosso Conero della zona e un biglietto di scusa per il mio intervento infelice al Master di Venezia. Lui mi ha visto prima che io mi avvicinasse, mi ha riconosciuto e mi ha salutato come se fossimo vecchi amici. “Ah, la Scimmia Volante Brasiliana!” Ho consegnato la bottiglia e mi sono tenuto il biglietto di scusa. Umberto Galimberti, oltre ad essere uno dei più importanti Maestri del nostro tempo, è anche un uomo con il senso dell’umorismo. Sono molto fiero di essere stato suo allievo e di essere considerato da lui una Scimmia Volante anch’io.
Ecco il video con alcuni minuti della sua lezione al Master CLNV.
Link al file audio della lezione al Master che è durata circa un’ora.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)
Link al file audio con un suo intervento di circa un'ora e mezza per la Festa della Donna nel 2008 in Acona.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)
Link al file audio del dibattito di circa un'ora per la Festa della Donna nel 2008 in Acona.
(Scaricabile fino al 02 giugno 2010)
lunedì, aprile 12, 2010
Na Memória dos Amigos
Vivos na memória dos amigos. Visitem o blog do Dauro!
venerdì, aprile 09, 2010
Quando l'Anima Prende la Parola

Doveva essere un semplicissimo appuntamento di lavoro d’equipe. E apparentemente è stato proprio così. Se non fosse per una serie di piccolissimi segnali che indicavano timidamente la dimensione magica che si nasconde dietro i fatti banali della vita, come possono essere gli incontri tra le persone che per caso si trovano a realizzare un progetto insieme. Così, sono andato a questa riunione del Gruppo di Lavoro del programma “La Rete del Sollievo Prende la Parola”, senza conoscere nessuno, tranne che l’organizzatrice, con chi avevo parlato soltanto al telefono.
“Desirée, non basterebbe la polizza assicurativa per la vita, che ho già?”
“Non, Ayres, devi essere assicurato anche per gli infortuni.”
Poi ho riflettuto e le ho dato ragione. Immaginiamo che mi capitasse qualcosa mentre svolgessi la mia rischiosa attività di gestione del sito del progetto e fossi così sfigato di scampare con vita... Chi mi pagherebbe???
Sono stato l’unico ad arrivare con la polizza contro infortuni personali già fatta e pagata. “Vivere è pericoloso”, diceva Guimarães Rosa nel romanzo più bello che abbia mai letto: Grande Sertão.
Eravamo in 6. Tre maschi e tre femmine. Tra le femmine, due si chiamavano Desirée. L’altra si chiamava Vittoria, come si chiamava Vittorio uno dei maschi. L’altro maschio si chiamava Marco che suona quasi come il mio cognome: Marques. 6-3-6-1: il numero di telefono di Dio!!!
Prima della verifica della documentazione è sorta una questione apparentemente burocratica, ma che per me è un argomento che sta particolarmente a cuore e che potrebbe essere formulato come il rapporto tra la persona, il ruolo, l’appartenenza, l’identità, la rappresentazione e, scusatemi la parolaccia, l’ANIMA. Era proprio a questo che pensavo mentre Marco e Desirée esaminavano la possibilità di instaurare un rapporto tra una cooperativa e un’associazione invece che tra una persona fisica e la “Buon Umore Assossiation”. Questa breve discussione filosofico burocratica ha portato direttamente ad una problematica che riguardava tutti quanti noi, ossia, la PRECARIETA’. Sono nato negli anni della Guerra Fredda, sono cresciuto a cavallo del Boom Economico, fermato, quando ero adolescente, dalla Crisi del Petrolio, che, dopo l’Era dell’Incertezza della mia adultità, è culminata nella realistica Stagione della PRECARIETA’ senile. Com’è straordinaria la vita! E nonostante ciò, abbiamo parlato di radio web, di paure, autobiografia, fototerapia e ci siamo lasciati con qualche desiderio di rivederci presto. Poco prima di partire, abbiamo fatto un autoritratto di gruppo. Sorridevamo tutti quanti, non so per quale motivo. Forse era l’anima dell’essere umano che trova sempre un modo di manifestarsi, dribblando tutti i paletti che noi stessi insistiamo di piantare lungo questo breve cammino a tempo indeterminato che ci è dato percorrere. Sì, quando l’anima prende la parola, sorride.
venerdì, novembre 06, 2009
Spirito di Porco trionfa in Portogallo
Il video documentario di mio amico Dauro Veras ha vinto un premio in un importante festival in Portogallo. Speriamo che arrivi presto anche in Italia lo Spirito di Porco di Dauro. Per adesso ci dobbiamo accontentare del trailer. Eccolo!
giovedì, novembre 05, 2009
Verso la Libertà: Porte e Finestre

Anche quest’anno sono stato invitato dall’amico Roberto Calosi a partecipare al convegno di Arte Terapia organizzato dalla Scuola di Luca, il 24 ottobre, a Firenze. Il titolo del convegno del 2009 era “Verso la Libertà: dalla paura all’amore”. Dopo la presentazione del seminario, fatta dalla Dottoressa Anna Erede, il Dottor Carmelo Samonà ha delineato la cornice teorica, ad indirizzo antroposofico, all’interno della quale si disegnava l'itinerario della libertà, che va dalla paura all’amore. È sempre molto stimolante ascoltare il Dottor Samonà, indipendentemente dalla tematica da lui affrontata. Quest’anno sono rimasto a Firenze anche il giorno dopo per seguire le lezioni del Professor Carmelo e così ho avuto l’opportunità di avvicinarmi di più a questa persona affascinante, per scoprire, tra l’altro, che è un amante del Brasile, che pratica la capoeira e che parla benissimo il Portoghese brasiliano.
La mia relazione, l'ho chiamata: “Fototerapia – Porte e Finestre” visto che intendevo raccontare la esperienza di due progetti che vengo conducendo nelle Marche, cioè, il Gruppo di Fototerapia Zoom a Zonzo della Rete del Sollievo di Falconara Marittima e il progetto Memoria Viva realizzato presso il Convento di Suore Missionarie Francescane di Assisi, a Loreto. Non c’è stato tempo per approfondire le tante questioni che sono emerse dalla breve narrazione che ho fatto di questi due interventi di fototerapia e tantomeno è stato possibile presentare tutti video che avevo intenzione di proporre ai partecipanti come spunti per la discussione. Dato che l'incontro di Firenze non si conclude con la fine del convegno, ho iniziato a mettere nella Rete parte del materiale che vorrei condividere con voi. Potete vederli visitando il blog del Gruppo di Fototerapia Zoom a Zonzo e il blog dell’Associazione Ponte Blu.
A presto.
Ayres
sabato, ottobre 03, 2009
Fototerapia e l'Educazione alla Grande Età

Alcuni anni fa ho pubblicato un libro sulla Fototerapia, intitolato Il Volto e la Voce del Tempo, che illustrava un progetto di costruzione di un ponte generazionale. Da un lato la fototerapia veniva applicata agli anziani residenti in casa di riposo per aiutarli a raccontare e condividere la loro storia, dall'altro lato la fototerapia veniva utilizzata come strumento per l'educazione alla Grande Età rivolto a ragazzi della scuola media. Il progetto ha avuto un enorme successo e ha ricevuto da subito il sostegno delle istituzioni del territorio marchigiano. La prima edizione, con la prefazione del Cardinale Angelo Comastri, è stata rapidamente esaurita, ma ancora oggi, dopo 4 anni, continuo a ricevere richieste di una copia da parte di operatori che lavorano con gli anziani, di insegnanti e di persone che si interessano alla Fototerapia. Quest'anno, 2009, mi si è presentata l'occasione di rilanciare il progetto, visto che sto facendo un'interessantissima esperienza in un Convento Francescano che ospita suore anziane di tutt'Italia e che, coincidentemente, proprio quest'anno mia figlia ha iniziato a frequentare la scuola media. Sono molto felice di riprendere con rinnovato entusiasmo un sentiero che un giorno mi ha proporzionato tanta soddisfazione. Oggi, arricchito da molte esperienze formative ed esistenziali, saprò cogliere nuovi insegnamenti e sarò ancora più disponibile ad accogliere le sorprese che gli anziani e i ragazzi immancabilmente regalano a tutte quelle persone che li sappiano ascoltare.
venerdì, maggio 01, 2009
Una Sera in 4 Clic

Finalmente sono andato al Soppalco. Si tratta di un locale ricavato sopra un capannone di una fabbrica nel distretto industriale di Castelfidardo. Un luogo che mi ha fato pensare alla Berlino di Kreuzberg degli anni 80'. Un teatro-bar-cabaret-musiclub comunitario.
Giampa riceveva gli invitati con un sorriso acceso e un colpo di sciabola luminosa. Presentava le persone, una all'altra, fornendo e inventando delle informazioni che servivano di anelli di una installazione di relazioni umane che lui creava come se fosse una performance.
E così Giampa mi ha fatto conoscere Vincenzo Di Maio, un attore-scrittore-ricercatore del teatro che era al Soppalco con sua compagna e i loro figlio di pochi mesi. Ho parlato del laboratorio di Paolo Puppa a Loreto e Vincenzo si è voluto iscrivere immediatamente.
Eravamo tutti al Soppalco per vedere Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Gente di teatro-cinema-video-performance e soprattutto gente di strada. Intervista sui video, video di interviste, una notte favolosa. Dovete per forza andare a vedere Antonio Rezza e Flavia Mastrella al Parco delle Rimembranze di Grottamare il Primo Maggio alle 17.30. Ingresso gratuito!
mercoledì, aprile 08, 2009
martedì, aprile 07, 2009
Terremoto às Três da Madrugada

Estava curtindo o silêncio da noite. Não tinha conseguido colocar em dia a correspondência atrasada. O computador ainda estava aceso. Esperava notícias do Tony, do Bosco. Thais não estava online. Eram quase três da madrugada de um domingo repleto de música. Marina tinha-se apresentado com o coral da escola no teatro de Montemarciano. Apesar da proibição da minha médica, abri uma garrafa de um Merlot delle Venezie e comecei a degustá-lo. O relógio da cozinha ainda mostrava a hora velha. Adiantei os ponteiros para a hora legal, com mais de um mês de atraso. Divertia-me imaginar a Gi de manhã desorientada no tempo. Entre um gole e outro pensava nos compromissos da segunda-feira, no aniversário da Nenê, no nascimento do Nicolas, no vídeo da Civone na Rede que faltava editar, nas passagens pra Dublin que ainda precisava comprar para passar o Bloomsday. Adoro o silêncio da noite!
De repente senti o chão tremer. O vinho no copo se movia. Me preocupei. A Doutora Fabíola tem razão: não posso mais beber. Mas não era a minha cabeça que estava tonta. Os quadros nas paredes começaram a chacoalhar e o edifício começou a balançar visivelmente. Corri pro quarto para acordar a Gi. "Gi, rápido, levanta, terremoto; RÁPIDO", gritei. Corri pro quarto de Marina. "Levanta, Marina! Terremoto!" Marina me olhou adormecida. Gritei, "Corre!, pra sala!" O tremor ficou mais forte. Os móveis se moviam. Por um momento olhei a escrivaninha com o computador e os discos rígidos que guardam a memória de uma vida e o armário onde conservo os negativos. Tive vontade de recuperá-los mas a luz se apagou, e o rumor de vidros quebrando-se chamou-me à realidade. O prédio estava pra desmoronar. Ficamos abraçados, nós três, debaixo da porta de saída, aguardando que o tremor diminuísse. Uma eternidade que durou 30 intermináveis segundos.
Em seguida a energia elétrica voltou. Gigliola e Marina estavam desesperadas. "Houve um terremoto! Tentamos acordar você inutilmente, Ayres. Agora passou. Você está bem?" Minha cabeça doía um pouco. Uma leve ressaca de um delicioso Merlot delle Venezie. Caramba, perdi o terremoto. Tudo bem, fica pra próxima. Quem sabe em Maio, quando a Sila vier-nos visitar, ou em dezembro quando os sambentistas estiverem todos reunidos aqui em casa. Vai ser uma aventura! Desta vez, espero estar acordado.
giovedì, marzo 26, 2009
domenica, marzo 22, 2009
Angelo Comastri prefazione Il Volto e la Voce del Tempo
Il Cardinale Angelo Comastri legge la prefazione, "Gli Anziani non sono un peso, ma un Dono"; che ha scritto per il libro Il Volto e la Voce del Tempo di Ayres Marques Pinto
giovedì, marzo 19, 2009
Oltre le Parole: Paolo Puppa a Loreto
Manifesto e programma del laboratorio di Performance Oltre le Parole che il Professor Paolo Puppa condurrà a Loreto a maggio 2009
Oltre le Parole manifesto e programma
sabato, marzo 14, 2009
venerdì, marzo 13, 2009
100 Anos de Flor do Lodo

100 Anos da Flor do Lodo
Hoje, 13 de março de 2009, minha avó Rosa dos Santos Marques completaria 100 anos.
Pessoa particularíssima. Falava pronunciando os “RRs”e os “SSs” como se os reverenciasse, produzindo efeitos de comentário às suas palavras que podiam ser de ironia, raiva, desprezo ou de ameaça. Vovó Rosa se auto definia a “Flor do Lodo” por ter vivido em um bordel sem nunca ter abraçado a profissão mais antiga do mundo, ao contrário de sua irmã, nossa tia Pina, personagem fabuloso. Seu cafuné era acariciar o nariz dos netos procurando afiná-los um pouco mais na sua incessante batalha para a purificação da raça da família. Negra não, e nem mesmo mulata. No seus documentos ostentava o status de “Parda”. Muito antes do Michael Jackson, Rosa dos Santos Marques já utilizava cremes para clarear a pele. Se fosse viva hoje seria mais galega que a Xuxa. Adorava ir ao médico. Conhecia o nome e as características de inumeráveis patologias, pois sofria de todas elas e as tratava como se fossem suas velhas e novas amigas, como se as colecionasse. Seguia os avanços da medicina pelas páginas dos jornais e se apropriava imediatamente das novas doenças que apareciam, apressando-se a marcar uma consulta urgente com o médico de família para começar a tomar aquele novíssimo remédio para o tratamento das suas moléstias incuráveis. Paradoxalmente, Rosa era uma viajante incansável. Qualquer desculpa era boa pra fazer as malas: visitar um parente, controlar as obras das casas que ela vivia construindo sem nunca terminá-las, fazer um tratamento de saúde em uma estação termal ou simplesmente para mudar-se. Vivia mudando de casa. Mas o endereço que ficou marcado como sendo a casa da vovó foi o do Beco dos Aflitos, ao lado da Igreja dos Enforcados, travessa da Rua dos Estudantes, paralelo à Rua da Glória, no Bairro da Liberdade.
Nascida em Mococa, Rosa Franco dos Santos, filha de Emídia Ribeiro dos Santos e de Sebastião Barbosa dos Santos, casou-se com Augusto Marques Junior, para a vergonha da família dele, com quem teve três filhos: minha mãe Marilva que era a mais velha, meu tio Atílio que era o seu xodó e minha tia Olga, a caçula e a única ainda viva, lúcida e maravilhosa. Minha vó Rosa foi uma pessoa muito controvertida, complicada e cheia de defeitos e esquisitices no dizer da maioria das pessoas que a conheceram de perto e que sempre a criticaram. Todos reconhecem porém a influência que exerceu sobre todos os outros familiares e o modo como condicionou o curso da nossa história individual e familiar. No fundo, Rosa foi muito amada pelo marido, pelos filhos e também pelos netos. Reconheço muitos dos seus traços em mim e nos membros da nossa família, sobretudo naqueles que mais apaixonadamente a criticam. Da minha parte posso dizer que sempre gostei muito dela e neste momento, que estou escrevendo estas palavras à frente do monitor do meu computadorzinho portátil, vejo a sua imagem, de óculos escuros, assistindo filme de terror na televisão, ou lendo o jornal, lamentando-se de dor em todo o corpo, principalmente na barriga por causa da sua velha diverticulite, caindo da escada, brigando com minha mãe ao telefone, ralhando com a gente pelo modo barulhento e descuidado com que jogávamos com os brinquedos modernos que ela comprava pra gente no Mappim e na Sears, e penso como seria gostoso se ela estivesse aqui para eu poder dar um beijo nela, para agradecê-la e desejar-lhe muitos outros centenários de vida.
giovedì, marzo 05, 2009
Bosco Velho Azul
pra você ver,
quando e se, um dia, aquela certeza incontida tomar a forma esculpida de gente grande, bonita...
quando e se um dia as manchas do guache azul, figura de um rosto de velho, surgir de repente no espelho e a água do banho secar, e o vizinho de baixo afogar-se sob o teto mofado alagado, e o homem do carro da esquina descer no palco do inferno pro diabo aplaudir empolgado, e ouvindo piada viúva, gargalhar debochado, gostoso, e o navio negreiro aproar na Glória da Guanabara quando o farol lampejar e o portão da cadeia se abrir num rugido estridente e distante. Somente então, quando e se este dia chegar, vai encontrar-me sorrindo, pronto pra lhe abraçar.
bb
martedì, febbraio 24, 2009
O Primeiro Bloomsday em Natal

Caríssimo Francisco Ivan,
menino, esta história de procurar o material do Bloomsday deixou meu coração capenga em alvoroço. A lembrança daquele dia que durou mais que as suas horas, que começou antes do tempo e que de repente ressuscitou e fugiu enlouquecido da vala comum da memória adormecida onde jazia, tirou tudo do lugar, abriu tantas gavetas emperradas revirou a papelada, amarelada, abandonada e as fitas que guardavam imagens estremecidas de moças bonitas recitando em coro a oração de Molly Bloom, numa filmagem improvável feita com uma videocâmera nervosa nas mãos do Alfredo Giacometti que morreu no dia primeiro de janeiro deste nosso 2009. Aquela escultura amorfa de fumaça que eu chamei famigerada por conta de uma briga feia que se travava há muito tempo dentro de mim e que naquele dia explodiu na Babilônia quebrando as vidraças e lançando panelas de óleo fervendo pela janela e causando aquele fuzuê danado, foi também um Bloomsday, o primeiro Bloomsday em Natal, segundo o Folhetim da Babilônia número 2 que diz: "Dublin, 16 de Junho 1904, Bloomsday! O relato de um único dia na vida de Leopold Bloom, protagonista do Ulysses de James Joyce, que tornou-se o símbolo da revolução literária do século XX. Natal, 16 de Junho de 1993. O Professor Francisco Ivan da Silva, representante da Associação Brasileira de Estudos Irlandeses, juntamente com o Espaço Cultural Babilônia, organizam um evento instigante para comemorar o Primeiro Bloomsday em Natal." E aí tem fotos de Eulício Lacerda e do Professor Wladson Pinheiro que leu a tradução que fez da última página de Ulysses em Interlíngua. E tem também o João da Rua com aqueles olhos colírico de serafins que passeiam pela pubiscidade à dobra da baía miramares. E Falves Silva que apresenta suas colagens e desenhos eróticos num depoimento pudicamente tímido e comovente. Tem também o poeta Franklin Capistrano recitando joyceanamente seus poemas visuais e visionários que enaltecem e lamentam a posição de eterna avanguarda à qual a grande literatura é inremediavelmente condenada. E a Ilária Ferreira, uma Molly atrás dos óculos, que no seu Português lê textos de Joyce. Mas a grande epifania da noite daquele dia foi o rito erótico de vozes, de faces, de corpos de mulheres celebrando os SIMS, únicos deuses capazes de erguerem os homens aos céus, pronunciados em Francês, pela Florence Dravet, em Inglês pela Irene Sedda, em Portanhol pela Graça Pinto, em Italiano pela minha amada Gigliola e em Português de um Brasil mais Nordestino e belo da belíssima Fátima Arruda. E tem tanta foto, menino, do público incrédulo naquela noite babilônica frequentada por Salésia Dantas com o irmão dela, Tácito Costa conversando com Marize Castro, uma roda quente de Afonso Martins, Volonté, Marcelo Fernandes e o grande Chico Miséria esfolhando o Folhetim número zero que foi lançado naquele dia. É, Mestre Francisco Ivan, não tem mesmo nada mais luxuoso, como você disse na sua fala, de frente ao atlântico mar de Ponta Negra, do que recitar Joyce numa noite de Natal, mesmo com a fome, com a seca, com a opressão , com os roubos... Prometo enviar-lhe fotos e o vídeo quando tiver sido restaurado. Mande-me notícias deste povo e o abraço eu espero-lhe dar quando você chegar por aqui, no próximo Bloomsday.
Ayres
