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lunedì, gennaio 19, 2009

Notícias do Macaco Avoador


Grande Osair,
menino, que prazer foi receber seu imeio! Me veio logo em mente aquele encontro simpático que tivemos quando levei a jornalista italiana Paola Ciccioli pra visitar o Diário em 1999, justamente em janeiro! Paola tinha vindo a Natal pra conhecer nossa filha Marina. Caramba, dez anos atrás! Tá lembrado?
Há 7 anos não retorno a Natal ou ao Brasil. Da última vez que estive por aí quase dava um chute à "Bota" e recomeçava a vida sozinho na Cidade do Sol. De volta à Itália, passei por uma fase de depressão terrível, de saudade daquelas que matam a gente. Então decidi que só voltaria à Terrinha quando fosse pra ficar ou pra participar a um projeto que me levasse e me trouxesse de volta à Gigliola e Marina, sem dores, sem tentações. Nestes anos de distância aprendi que são as amizades verdadeiras a herança que resiste mais à ação do tempo. Mantive os laços com várias pessoas, menos de quantas desejasse, e algumas delas até vieram-me visitar por aqui. Chico Canhão com a família, João de Deus da Honda e até Vicente Vitoriano acabei indo encontrar em Roma. Todos eles prometeram voltar este ano. A gente adora receber os amigos em casa. Este é um convite também a você e à sua família. Recebo notícias da galera através dos jornais, dos blogs e das crônicas que o Tácito Costa escreve ad hoc pra mim, contando o que sabe das pessoas que conheço mas que não aparecem nos quotidianos da cidade. Desde que me mudei pra cá, agarrei-me no galho da fotografia feito macaco avoador que pulou longe demais. Por dois anos trabalhei de operário em uma indústria gráfica, mas fotografava até mesmo no horário de serviço. Depois comecei a trabalhar com meus semelhantes: os doidos e os velhos e continuo até hoje. Trabalho num centro de saúde mental e num asilo chic, que aqui chamam casa de repouso. Utilizo a fotografia como instrumento lúdico, relacional e reabilitativo. Acabei-me reciclando profissionalmente. Publiquei um livro com o título "Il Volto e la Voce del Tempo", A Face e a Voz do Tempo. Fiz um mestrado na Universidade de Veneza em Comunicação e Linguagens não Verbais: Musicoterapia, Psicomotricidade e Performance. Agora estou fazendo uma segunda graduação, em psicologia, na Universidade "La Sapienza" de Roma. Comecei a colaborar esporadicamente com a Universidade de Veneza, onde fiz belas amizades e onde encontrei um terreno fértil para continuar uma pesquisa iniciada no campo da fotografia terapêutica ou fototerapia. Moro em Loreto, na região Marche, que se pronuncia "Marque", mas é em Veneza que me sinto como se estivesse em casa, uma casa que flutua no tempo e num espaço improvável. Recentemente recebi as fitas de vídeo em VHS com o registro de 10 anos de presepadas babilônicas e de vida deliciosamente besta da Vila de Ponta Negra. Tudo mofado mas recuperável, como espero seja a memória de um período aventuroso que vivi em plena consciência de que era a parte mais bonita da minha vida. Um grande abraço babilônico a você e a todos da redação do Diário.
Ayres Marques

domenica, febbraio 18, 2007

Cantare in Volo


2007.02.05
“Mai dire da quest’acqua io non berrò”, ammoniva sempre Marilva, mia madre. “Perché quando lo dici, la vita ti porta spesso a dover placcare la sete bevendo l’acqua proprio da quella fontana o da quella pozzanghera e la berrai tanta e la troverai pure buona”.
Per saggezza o per scaramanzia io non dico più “da quest’acqua non berrò” e provo a non pensarci nemmeno, perché mi è capitato più di una volta di dover rimangiare le mie parole o di dover ribere i miei pensieri.
Allevare uccellini in gabbia, per esempio, esiste qualcosa di più crudele o di più sadica? “Ecco una cosa che non farò mai!”, dicevo a me stesso. Finché un giorno uno dei muratori che costruiva la nostra casa a Ponta Negra, Júlio, detto Nêgo de Cabaço, arriva da me con una sabiá in gabbia. Senza dire parola, mette un chiodone nella parete della veranda, appende la gabbia e poi sistemando due sedie alcuni metri distante, mi fa segno di stare in silenzio e di aspettare. Dopo alcuni minuti il canto della sabiá esplode, echeggia dentro casa e letteralmente riempie tutto lo spazio circostante con una serie di canti variegati che sembravano durare una eternità. Notando la mia espressione di sorpresa e di meraviglia, mi avverte: “Vedrai l’effetto che fa la mattina presto il primo canto del giorno”. Infatti, il canto di una “sabiá che canta” vicino a te nel silenzio dell’alba è una “musica” che soltanto un Dio-Indio potrebbe concepire. Quella sabiá è stata la prima di un allevamento di uccelli in gabbia che ho avuto per anni.
Rimane sempre il fatto che tenere uccelli in gabbia è una crudeltà tremenda, come lo sono il matrimonio e l’imposizione della fedeltà, la scuola e la fabbrica, come andare in macchina e inquinare il pianeta, come tagliare un albero o mangiare carne. La crudeltà in tutte le sue forme deve essere messa in discussione. Sarebbe auspicabile che ognuno si impegnasse a dare il suo contributo alla ricerca del superamento o quantomeno di una mediazione tra le cose così come stano e le cose come potrebbero o dovrebbero stare e che non si limitasse a liquidare tutte le questioni con un semplice giudizio di condanna. “Accendere una candela invece di maledire l’oscurità”, consigliava Lao Tzu.
Allevare degli uccelli in gabbia ha significato per me dover alzarmi presto la mattina per cambiare le vaschette d’acqua, i contenitori di semi, la frutta, e la sabbia che sta alla base della gabbia. Dovevo osservare se ogni uccellino stava bene, se aveva mangiato, capire le loro preferenze alimentare, stare attento ai sintomi delle malattie. In quel periodo il giardino di casa era pieno sempre pieno di volatili perché il canto degli uccelli in gabbia attrae altri della stessa specie. Le loro jam sections, fatte da dispute e corteggiamenti producono delle melodie emozionante che i musicisti umani possono soltanto sfiorare.
Durante uno dei viaggi in treno per Venezia ho iniziato a scrivere, sul verso di una dispensa di musicoterapia, le storie dei miei rapporti con quelle bestiole: il loro arrivo, il soggiorno e alla fine la loro liberazione. Era un’allegria sofferta tenere gli uccelli in gabbia, c’era un’identificazione da parte mia verso di loro. Mi sentivo in gabbia anch’io. È stata una sofferenza allegra liberarli. Ammiro gli uccelli in libertà ma non mi identifico con loro. Sono uno strano uccello che vive costruendo delle gabbie in torno a sé: casa, macchina, treno, scuola, lavoro. Non ho avuto il coraggio di volare. Non ancora.
Rientrato alla mia dolce gabbia blu, a Loreto, ho intrapreso un viaggio nella foresta della Rete cercando i siti che mi facessero sentire i canti degli uccelli brasiliani. C’e ne sono alcuni meravigliosi. Se andate su ( http://www.eln.gov.br/Pass500/BIRDS/1eye.htm ) 500 Pássaros do Brasil e cliccate su busca potete vedere e sentire tanti uccelli che sono organizzati in ordine alfabetico. Potete anche giocare ad indovinare a quale uccello appartiene il canto. Un altro bellissimo sito è http://www.opescador.psc.br/cantosdasavesdobrasil2.htm Cantos das Aves do Brasil.
Soltanto oggi, dopo vent’anni, ho capito meglio i significati dell’affermazione di Nêgo di Cabaço quando mi ha regalato la sabiá. “Questa sabiá è come te: poliglotta”. Ho sempre preso quella frase come una battuta. Invece oggi, mentre cercavo su internet una registrazione del canto di quell’uccellino che ho avuto acanto per anni, ho imparato da Jacques Vielliard che “poliglotta” è effettivamente una specie rara di sabiá che riesce a memorizzare i canti di diversi uccelli e di riprodurli tutti in fila. Ma che al contrario di altri uccelli imitatori, non ha un canto proprio. Adesso capisco la reazione di Nêgo di Cabaço alcuni anni più tardi quando ha saputo che io l’avevo liberata. Ma questa è un’altra storia che vi racconterò in un altro blog.
Per agevolare il godimento di una piccola parte del materiale audio visivo contenuta nei siti menzionati, ho preparato queste brevi presentazioni di uccelli che ho avuto, visto o sentito in Brasile. Ironicamente non sono riuscito a trovare un’immagine della sabiá poliglotta, ne su internet ne tra le mie foto, ma soltanto il canto di un esemplare.
Sabiá-laranjeira
Sabiá da Mata
Sabiá-poca
Pica Pau de Topete Vermelho
Graúna ou Pássaro Preto
Seringueiro ou Fri-frió
Sabiá da Praia
Sabiá do Campo
Curió
Bem-te-vi
Araponga-de-barbelas
Olho de Fogo
Sabiá Poliglotta

domenica, febbraio 04, 2007

Onde e Dune


2007.01.27
Ognuno di noi doveva portare un oggetto che suscitasse emozione e che avesse un significato personale. Ho portato un cappello che avevo confezionato in Brasile utilizzando una foglia di palma da cocco del albero che stava nel giardino di casa mia sulla spiaggia di Ponta Negra a Natal. Ne avevo fatto tre. Uno ho regalato all’Ambasciatore del Brasile a Roma, Paolo Tarso Flecha de Lima, come ringraziamento per aver ospitato la mostra “Natal a Roma”che avevo allestito all’Ambasciata Brasiliana in Italia nel 1999. L’altro cappello ho offerto al prete – imprenditore Don Lamberto Pigini che mi ha preso per lavorare come operaio nella sua industria grafica Tecnostampa nel 2000. L’ultimo cappello è quello che ho portato al seminario di psicodramma oggi. “Che cosa vorresti vedere?”, mi domandò Ezio Donato, come psicodrammatista. “Non senti la mancanza del Brasile, la SAUDADE?” Allora chiesi di vedere ciò che vedevo dal giardino di casa mia: la Duna Calva, (Morro do Careca) e il mare di Ponta Negra. Per ricreare il paesaggio invitai Antonella Moscardini, la collega del Master con chi più mi identifico, per rappresentare la Duna Calva e “l’Epifania Smeralda”, la “Morellino di Scansano” e la Gabellone; tre fra le più belle colleghe del master per simbolizzare le onde soavi della baia, e io in mezzo. “Che vuoi che facciano le onde, che ti accarezzino?” suggerì il siciliano direttore. E così mi ritrovai davanti la Duna , in mezzo alle onde-donne, alla Giudecca, di fronte a Venezia. Chiusi gli occhi e naufragai nel dolce mare di carezze. Ciò che vissi e sentii è più o meno questo.

mercoledì, gennaio 24, 2007

Ky-Hildinha


2007.01.23
Tre giorni fa, l’uragano Kyrill mi ha fatto ricordare gli amici che avevo quando abitavo nella Berlino del muro, nel 1984. Ho pensato a Hilde, Hildinha. Quante volte negli ultimi anni l’avevo cercata tramite internet, persone che andavano a Berlino, ho persino scritto al vecchio indirizzo suo insieme a una lettera al postino berlinese spiegando che era importante per me ritrovare quella mia cara amica. Niente. Nessuna risposta. È stata Kyrill che mi ha spinto a provarci ancora una volta ad aver notizie sue. Mi domandavo se abitasse ancora a Berlino. Ero sicuro di sì. Guardando le immagini alla tv della baldoria che Kyrill ha combinato in Germania, alla stazione ferroviaria di Berlino mi sono preoccupato. Come starà Hildinha? Ho digitato il suo nome nei diversi motori di ricerca ma trovavo soltanto una sua omonima, una esperta di sanità pubblica, docente all’Università di Berlino. Hildinha insegnava tedesco. Così l’ho conosciuta. Per un periodo, non potendo pagare le lezione, lei ha accettato di continuare a insegnarmi ricevendo in cambio lezioni di portoghese da me visto che doveva fare un viaggio in Brasile. Le lezioni e la nostra amicizia continuarono dopo il suo ritorno. Mi raccontò tante cose da un Brasile che io non conoscevo. Ha parlato di un posto bellissimo, una spiaggia con una duna particolare nel “Nordeste” del Brasile, tra Recife e Fortaleza.
È stata anche a San Paolo, per incontrare la mia famiglia: mia madre, mio padre, fratelli e sorella. Il suo resoconto del viaggio è stato fondamentale per la mia decisione di tornare in Brasile, almeno per conoscerlo. Insieme a Gigliola, ho fatto un lungo viaggio lungo la costa brasiliana, fino ad arrivare ad un posto meraviglioso. In una spiaggia che formava una specie di baia con una duna di contorni particolare. Era Ponta Negra, a Natal. Là, abbiamo costruito la nostra casa, dove 10 anni più tardi, nel 1994, avremmo ospitato Hilde e una sua amica. Poi ci siamo persi di vista. Nel 98 è nata nostra figlia. Nel 2000 mi sono trasferito in Italia per stare con Gi e Marina. Non ho mai dimenticato Hildinha, nonostante la mancanza di contatti o di notizie. Perciò ho provato inviare un messaggio a questa docente dell’ Università di Berlino, domandandogli se per caso sapeva qualcosa della sua omonima. Ecco il mio messaggio:

Hello! I'm looking for an old friend of mine called Hilde Hellbernd,
> "Hildinha". Do you think you can help me to contact her? It'd be just
> great if you could.
> Ayres Marques Pinto

Ecco la risposta:

Nao e possivel:
voce e Ayres de Natal??? Onde voce esta neste momento? Mora em Italie?
Come voce vai? Ahora estoy de prisa, mais informacoes mais tarde....
Que alegria ter noticias de voce
Voce me reconhece na homepage
http://www.ifg-gs.tu-berlin.de/projekte/signal/texte/hellbernd_text.html
Beijo
Hilde

Grazie, Kyrill!!!

domenica, gennaio 07, 2007

Russell, la Fabbrica e la Felicità


2007.01.06
Bertrand Russell, mio guru, ha suggerito ai suoi contemporanei inglesi che soffrivano di noia, di andare in vacanza a lavorare in una fabbrica dell’Unione Sovietica. Secondo lui, era molto probabile che l’annoiato inglese sarebbe tornato trasformato dalle sue vacanze. Appena arrivato in Italia, nel 2000, rileggevo il suo divertente trattato filosofico sulla felicità nelle poche ore che non mi trovavo a lavorare in fabbrica, alla Tecnostampa. Non era certo una siderurgica sovietica, ma il passaggio di una vita all’area aperta, sotto un sole “nordestino” rinfrescato dalla brezza atlantica della spiaggia di Ponta Negra alle giornate da operaio manuale dentro un’industria grafica in mezzo a enormi macchine rumorose, respirando il profumo di inchiostro e trielina non rientrava assolutamente nei miei progetti di vita.
Oggi ho passato la giornata a scansionare i negative delle foto che ho scattato in quel periodo. Ho scansionato circa la metà dei trecento scatti che sono riuscito a trovare nei miei album. Scattavo solitamente di sabato, quando la fabbrica era un po’ meno caotica, i capi si vedevano di meno e i miei colleghi operai erano meno stressati.
Mentre guardavo quelle immagini, alcune veramente belle, a distanza di 5 anni, ricordando e rivivendo quel periodo epico-prosaico della mia vita, mi rendevo conto di quanto la fotografia e Bertrand Russell mi abbiano aiutato a trascorrere quelle lunghe giornate e a dare un senso e un po’ di emozione a quella fase della mia esistenza. Mi sono ricordato di alcuni progetti che avevo e di alcune storie che volevo raccontare. Spero di poterlo fare un giorno, un giorno che sento che si sta avvicinando.