
2007.01.23
Tre giorni fa, l’uragano Kyrill mi ha fatto ricordare gli amici che avevo quando abitavo nella Berlino del muro, nel 1984. Ho pensato a Hilde, Hildinha. Quante volte negli ultimi anni l’avevo cercata tramite internet, persone che andavano a Berlino, ho persino scritto al vecchio indirizzo suo insieme a una lettera al postino berlinese spiegando che era importante per me ritrovare quella mia cara amica. Niente. Nessuna risposta. È stata Kyrill che mi ha spinto a provarci ancora una volta ad aver notizie sue. Mi domandavo se abitasse ancora a Berlino. Ero sicuro di sì. Guardando le immagini alla tv della baldoria che Kyrill ha combinato in Germania, alla stazione ferroviaria di Berlino mi sono preoccupato. Come starà Hildinha? Ho digitato il suo nome nei diversi motori di ricerca ma trovavo soltanto una sua omonima, una esperta di sanità pubblica, docente all’Università di Berlino. Hildinha insegnava tedesco. Così l’ho conosciuta. Per un periodo, non potendo pagare le lezione, lei ha accettato di continuare a insegnarmi ricevendo in cambio lezioni di portoghese da me visto che doveva fare un viaggio in Brasile. Le lezioni e la nostra amicizia continuarono dopo il suo ritorno. Mi raccontò tante cose da un Brasile che io non conoscevo. Ha parlato di un posto bellissimo, una spiaggia con una duna particolare nel “Nordeste” del Brasile, tra Recife e Fortaleza.
È stata anche a San Paolo, per incontrare la mia famiglia: mia madre, mio padre, fratelli e sorella. Il suo resoconto del viaggio è stato fondamentale per la mia decisione di tornare in Brasile, almeno per conoscerlo. Insieme a Gigliola, ho fatto un lungo viaggio lungo la costa brasiliana, fino ad arrivare ad un posto meraviglioso. In una spiaggia che formava una specie di baia con una duna di contorni particolare. Era Ponta Negra, a Natal. Là, abbiamo costruito la nostra casa, dove 10 anni più tardi, nel 1994, avremmo ospitato Hilde e una sua amica. Poi ci siamo persi di vista. Nel 98 è nata nostra figlia. Nel 2000 mi sono trasferito in Italia per stare con Gi e Marina. Non ho mai dimenticato Hildinha, nonostante la mancanza di contatti o di notizie. Perciò ho provato inviare un messaggio a questa docente dell’ Università di Berlino, domandandogli se per caso sapeva qualcosa della sua omonima. Ecco il mio messaggio:
Hello! I'm looking for an old friend of mine called Hilde Hellbernd,
> "Hildinha". Do you think you can help me to contact her? It'd be just
> great if you could.
> Ayres Marques Pinto
Ecco la risposta:
Nao e possivel:
voce e Ayres de Natal??? Onde voce esta neste momento? Mora em Italie?
Come voce vai? Ahora estoy de prisa, mais informacoes mais tarde....
Que alegria ter noticias de voce
Voce me reconhece na homepage
http://www.ifg-gs.tu-berlin.de/projekte/signal/texte/hellbernd_text.html
Beijo
Hilde
Grazie, Kyrill!!!
mercoledì, gennaio 24, 2007
Ky-Hildinha
martedì, gennaio 23, 2007
Viverlo Voglio Ogni Vano Momento

2007.01.22
Nostro tutor del Master, Professor Tiziano Battaggia, ci ha inviato un messaggio dicendo le cose che dobbiamo portare per il laboratorio di psicodramma alla Giudecca: “i corsisti che suonano portino i loro strumenti; tutti portino un oggetto personale, indumento o altro, ivi compreso cibo, a cui sono particolarmente affezionati e che sia in grado di suscitare delle emozioni; a memoria un verso di una poesia o la frase di un racconto a scelta con lo stesso criterio degli oggetti; tutti dovranno aver letto gli appunti”. Porterò il capello che ho fatto con le foglie della palma da cocco che avevo piantata nel giardino di casa mia a Natal, ma porterò anche un tricorno veneziano poiché Venezia comincia a far acqua alta nel mio cuore. Porterò gli ingredienti per preparare brigadeiro, ( popolare dolcetto brasiliano al cioccolato), aggiungerò un po’ di pistacchi tritati che penso si abbinano bene. Proverò a memorizzare un popolare sonetto di Vinícius de Moraes e la traduzione che ne ha fatto Ungaretti.
Soneto da Fidelidade
De tudo, ao meu amor serei atento
Antes, e com tal zelo, e sempre, e tanto
Que mesmo em face do maior incanto
Dele se encante mais meu pensamento.
Quero vivê-lo em cada vão momento
E em seu louvor hei de espalhar meu canto
E rir meu riso e derramar meu pranto
Ao seu pesar ou ao seu contentamento.
E assim, quando mais tarde me procure
Quem sabe a morte, angústia de quem vive
Quem sabe a solidão, fim de quem ama
Eu possa me dizer do amor (que tive)
Que não seja imortal, posto que è chama
Mas que seja infinito enquanto dure.
Sonetto della Fedeltà
In tutto avrò riguardo del mio amore
Prima e con tale zelo e sempre e tanto
Che pur di fronte ad un supremo incanto
Di lui sia più incantato il mio pensiero.
Viverlo voglio ogni vano momento
E in lode sua sprigionerò il mio canto
Riderò il riso e spargerò il mio pianto
Alla sua pena o al suo contentamento.
Così, quando più tardi mi cercasse
Forse la morte, angustia di chi vive
O lo star solo, fine di chi ama
Possa io dirmi dell’amor (che è stato)
Che immortale non sia, posto che è fiamma
Ma che sia senza fine, finché dura.
L’Anno del Porco

2007.01.21
Ho scoperto che 2007 sarà il mio anno. Secondo l’oroscopo cinese sarà l’anno del porco.
Ma a pensarci bene sarà anche l’anno di: Alipio, Chico Canhão, Dauro, Gilfredo, Ottoni, Ambrósio, Enrico, Nazzareno, Guto, Alfredo, Dunga, Fernando, Chiquinho, Gianluca, Giba, J. Medeiros, Moisés, Neca, Nicola, Lorez8, Sandro, Stefano, Tácito, Valentino… E vai!!!
L’anno del porco – E’ l’anno pieno ed abbondante di prosperosi affari. Le opere di carità serviranno ad aumentare il proprio denaro; la generosità ed il sentimento per il bene prevarranno. Comunque è anche l’anno per vedere le cose e gli aspetti con indulgenza, compiacimento e prodigalità.
A Mezzanotte Russerò a Fianco a Te!

2007.01.20
Il mio vecchio amico Dauro Veras ogni tanto mi stimola a condividere con lui le sue 1001 scoperte. È stato lui a insegnarmi ad aprire un blog. Questo qui è il risultato. Lui mi ha presentato al portale “flickr”, alla rivista online JPGMagazine, al google earth, alla Library Thing e a tante altre cose tra le quali un concorso di romanzi della lunghezza massima di 6 parole. Dauro ne ha scritti parecchi. Potete consultarli cliccando qui. Ho pensato a un romanzo horror-erotico che si svolge in una casa di riposo. Eccolo: “A Mezzanotte Russerò a Fianco a Te” “À Meia-noite Roncarei ao Seu Lado”
Kyrill

2007.01.19
Un uragano in Europa! Pensavo che si facesse sentire anche qui in Centro Italia. Ho guardato il cielo dal balcone di casa al tramonto ma niente, una giornata tranquilla. Per fortuna! Ho pensato agli amici che ho conosciuto quando abitavo a Berlino all’inizio degli anni 80. In particolare, ho pensato a Hilde, Hilde Hellbernd. Dove sarà Hildinha? Una volta gli ho chiesto se pensava di andare a vivere in un’altra città che non Berlino. Hilde ha risposto di no. Allora io ho insistito: e se esplodesse una bomba atomica sopra Berlino? Lei mi ha sorriso con quel suo modo dolce e tenace e rispose tranquilla: “morirei insieme ai miei amici”. Sono sicuro che diceva la verità. Hilde è stata una persona importantissima nella mia vita. È stata lei a farmi capire che era ora di tornarmene in Brasile se volessi sentirmi veramente a casa. Hildinha, una persona meravigliosa. Suo unico difetto è che non è riuscita a insegnarmi il tedesco. Ma nessuno è perfetto
BrasiLeMarche – GRACO – GRIFO (Nazzareno – Lorenz8 – Enrico)

2007.01.18
Giornata intensa di contatti e incontri di lavoro e di amicizia. Prima con Nazzareno, un mio docente di euro progettazione, che è diventato un collega e un amico. Nazza ha invitato a me e a Gi, tramite l’Associazione BrasiLeMache, a partecipare a un progetto per l’elaborazione di un corso di portoghese e di italiano nella modalità e-learning. La mia amicizia con Nazza è nata praticamente al nostro primo incontro, quando è scattata quella simpatia reciproca immediata, che poi si è, mano a mano, rafforzata e stesa alle nostre famiglie e ad alcuni amici comuni. Poi mi è venuto trovare Loren8 (Lorenzotto), dopo un sacco di tempo che non ci vedevamo. Lorenz8 è un animatore nato che fa l’artista. Ci siamo incontrati al corso di formazione per animatori professionali nel 2003 ad Ancona. Lorez8 è stato l’unico collega di corso verso il quale mi si era creata una sorta di antipatia. Il destino ha voluto che Lorenz8 sia l’unico tra i colleghi del corso con cui sono rimasto in contatto. Non solo, siamo diventati anche soci e abbiamo creato insiemi l’Associazione GRACO, Gruppo Animatori di Comunità. Loren8 è un tipo molto particolare, è inutile provare a descriverlo, cambia continuamente pur rimanendo sempre se stesso. Un giorno mi ha chiamato per chiedermi di inviargli i file del libro che avevo appena pubblicato: “Il Volto e la Voce del Tempo”, al quale anche lui aveva collaborato. Il giorno dopo mi richiama per dire che il libro era online. Ha fatto un lavoro bellissimo, un regalone. L’unico problema è che avendo lavorato al computer di sua compagna, che usa l’alfabeto cirillico, tutte le lettere con l’accento vengono sostituite da un “”. Da circa 2 anni che lui mi dice che sistemerà tutto tra pochi giorni. Forse l’ha fatto. Andate a verificare. Il sito è: www.voltodeltempo.altervista.org . Poi ho parlato con Enrico, Enrico Smerzini, “un carissimo amico”, espressione che Enrico utilizza spesso al femminile. Enrico è il Cary Grant della psicologia marchigiana. È un bell’uomo e ha una gestualità e uno stile di comunicazione verbale particolarmente eleganti. Abbiamo fatto un viaggio insieme a Lucca per partecipare a un seminario sulla fototerapia e d’allora siamo diventati carissimi amici. Abbiamo un po’ ripreso le conversazioni sul nostro tema ricorrente: la fototerapia. Enrico, un po’ scherzando e un po’ sul serio mi chiama “fototerapeuta”, nonostante la fototerapia, come la intendiamo noi, è una disciplina tutta da creare e il GRIFO, Gruppo di Ricerca sulla Fototerapia, potrebbe essere uno strumento utile.
lunedì, gennaio 22, 2007
Alla Ricerca della Pentola Concettuale

2007.01.17
Da quando ho iniziato il Master a Venezia, ho praticamente abbandonato il corso di cucina all’ alberghiero. Questo era uno dei timori che avevo al momento della mia immatricolazione al Master, ho pensato che forse non sarei in grado di portare avanti i due impegni, come per altro è successo fino ad oggi. Sarà stato il Caffè Pedagogico che mi ha stimolato a riprendere il corso di cucina, che poi sta per concludersi tra pochi mesi? Mi ricordo di aver discusso la questione con Nenê, mia sorella, dopo l’incontro di presentazione ad ottobre a Venezia. Argomentavo che pendevo più a dedicarmi alla conclusione del alberghiero, visto che la qualifica di cuoco mi permetterebbe di trovare sempre lavoro stagionale relativamente ben remunerato e così potrei spendere parte dell’anno in Brasile. Nenê non era d’accordo. Mi ha detto che ciò che in fondo io cercavo si trovava più probabilmente all’Università di Venezia che nelle pentole delle cucine dei ristoranti. In un certo modo aveva ragione Nenê. Adesso mi rendo conto che negli ultimi anni stavo cercando disperatamente una pentola, “panela” in portoghese, una pentola concettuale, un contenitore per i miei vissuti, i miei studi e le mie svariate esperienze professionali,(Schön); un contenitore dinamico, trasformativo, (Mezirow), dentro il quale mettere gli ingredienti che hanno alimentato la mia vita fin qui, (Knowles), per trasformarli in piati. Dovevo imparare proprio a cucinare le mie idee, le mie prassi, ma mi mancava proprio la pentola, la “panela”, (Padoan), dentro la quale trasformare gli alimenti crudi, attraverso l’azione del fuoco della riflessione e delle letture mirate, in eventuali pietanze da servire a tavola. Mi serviva imparare a individuare e nominare i concetti, identificare le matrici teoriche. In altre parole, dovevo esplicitare il mio sapere implicito. Per questo la prima parte del koan che mi collegava alla Padoan era “PAH nela”. Ma perché “PAH nela” e non semplicemente “panela”, (pentola, in portoghese)? Allora, c’era un programma umoristico televisivo che mi piaceva tantissimo vedere quando ero bambino. Si chiamava, "A Praça da Alegria", La Piazza dell'Allegria, nel quale un simpatico signore, Manoel da Nóbrega, seduto su una panchina, chiacchierava a turno, con i frequentatore di questa piazza immaginaria. Uno dei quadri che mi piaceva di più era quando arrivava Walter D'Avila, un tipo molto allegro, spensierato, perspicace, intelligente ma senza scolarità. Una volta il tipo è arrivato e notando che Manoel da Nóbrega era un po’ abbattuto gli domandò cosa fossi successa. “Sono un po’ giù perché ho perso mia nonna. È morta d’infarto del miocardio.” Allora il tipo, facendo una faccia di chi non ha capito niente, diceva: “Poverina”. “Ma tu sai cos’è l’infarto del miocardio?” E il tipo rispondeva imbarazzato: “No”. Allora Manuel da Nóbrega spiegava: “L'infarto del miocardio è una sindrome che colpisce la parete muscolare del cuore e determina la morte cellulare (necrosi) di una parte del muscolo cardiaco (miocardio)”. “Hai capito?” Allora Walter D'Avila, facendo una faccia più perplessa di prima, rispondeva: “Si, certo dopo questa spiegazione, è tutto chiaro”. Improvvisamente, Walter cominciava a piangere. “Perché piangi?”, domandava Manuel da Nóbrega. “Perché mi sono ricordato che anche mia nonna è morta di recente.”, rispondeva il tipo. “E di che cosa è morta?” “È morta di panela” (pentola). “Ma tu sai cosa significa morire di panella?” “No”, rispondeva Manuel. “Allora ti spiego io: mia nonna ha attraversato la strada senza guardare bene da una parte e dall’altra. In quel momento veniva un tram e PAH (onomatopeica di impatto) nela (contro di lei). Perciò mia nonna è morta di PAH nela. Hai capito? ”
Ma che c’entra questa storia con la Padoan? C’entra e come. A volte la Padoan dovendo spiegare un concetto a noi non familiare lo fa utilizzando altri concetti a noi ancora più sconosciuti. Ma quando capisce che non abbiamo capito niente, fa degli esempi del quotidiano,così terra a terra, che sono persino divertenti. Stasera c’e lezione di cucina e io sono diviso. Una parte di me rimarrà a casa con le dispense della Padoan e un’altra parte di me andrà all’alberghiero, ma non andrà da sola; Andrà-go-Gia…
Mente Sana in Corpo Rotto e la Sosia

2007.01.16
Sono arrivato a casa con i muscoli acciaccati e le ossa rotte ma col cuore e la mente in ebollizione. Quattro giorni intensi di stimoli, di emozioni e di piaceri. Mi aspettavano a casa, un mucchio di cose da sbrigare. Ma oggi non era aria. Proprio non ce la facevo, ero in coma. Dovevo permettere al mio cervello quel minimo di tempo per elaborare e godersene tutto quello che abbiamo vissuto nelle ultime centinaia di ore. Credevo di rientrare subito nella mia quotidianità Loretana, ma prima di farlo ho aperto la posta elettronica. Ho letto il messaggio di Alessandra che diceva che si era divertita guardando i koan che avevo inventato e che aveva persino riconosciuto il suo. Ho conosciuto Alessandra nel primo incontro del primo weekend del Master, precisamente il 10 novembre 2006, al Palazzo Mocenigo di Venezia. Quel primo incontro è stato stranissimo. Mi ero sistemato in fondo alla sala dove c’era una presa per il portatile, visto che volevo registrare la lezione; che poi non sono riuscito a farlo. Ecco che da una porta improbabile, proprio in fondo la sala,vedo spuntare Alessandra con una mossa di chi arriva in ritardo. In una frazione di secondo ho immaginato mio notebook per terra, portato via da questa comparsa inattesa; ho guardato la persona che entrava e ho creduto di conoscerla; mi sono alzato per abbracciarla e baciarla; ma l’espressione di perplessità della persona che ha trovato davanti a sé 90 kg di una sorta di aborigene che sembrava pronto all’attacco mi ha fatto capire che si trattava di un inganno. Per tutto lo weekend ho cercato di individuare per chi avevo scambiato quella giovane ragazza; una faccia così conosciuta e a me vicina. Pensavo proprio a questo quando sono arrivato a casa la domenica alle tre di notte, mentre parcheggiavo la macchina. Certo, era la mia vicina di casa, Francesca Falleroni. Una persona così discreta che quando siamo stati presentati per lavorare in un progetto insieme, ho domandato se lei era di Loreto, per poi scoprire che era mia vicina di casa. Così ho chiamato Alessandra Francesca e d’allora, quando incontro Francesca, la chiamo Alessandra, Alessandra Petronilli.
domenica, gennaio 21, 2007
Reciprocità

2007.01.15
Siena – Firenze – Venezia - Ancona
Sono arrivato a Venezia un po’ in anticipo per il Caffè Pedagogico di Ivana Padoan. Ho fatto in tempo pranzare dall’Osteria Da Toni, davanti al Palazzo San Sebastiano, dove avrebbe luogo il Caffè Pedagogico. Ogni lunedì pomeriggio la Padoan riunisce un gruppo eterogeneo di persone per dibattere in maniera organizzata una tematica. Questa è stata la mia prima partecipazione. Ho ripreso l’incontro con la video camera. Si è cercato di preparare l’incontro successivo che avrebbe approfondito il tema della reciprocità, prendendo in considerazione i rapporti uomo – macchina, uomo – donna, maestro - allievo. Credo che questo tipo di incontri siano molto stimolanti. Prossimo lunedì, il Caffè Pedagogico di Venezia sarà collegato in videoconferenza con l’Università di Roma.
Il tema della reciprocità è attuale e affascinante. Mi fa riflettere come la società postmoderna riprenda e dia una dimensione scientifica ad alcune pratiche “primitive” che vengono a soccorso di questo nostro mondo che in questo momento ha sempre più possibilità di aiutare gli uomini e gli altri essere viventi a conquistare la felicità, ma che allo stesso tempo sembra dimostrarsi incapace di farci avviare definitivamente sulla strada del benessere spirituale. Facendo un giro in internet ho incontrato un libro di Luigino Bruni intitolato Reciprocità. Mi pare di averlo ascoltato a Radio 3 Scienza. Ho fatto una lunga ricerca negli archivi di quel programma ma non sono riuscito ad riascoltare quella trasmissione. Ho trovato anche una tesi sullo stesso argomento: il paradosso del dono fra reciprocità e dispendio, di Cristina Tagliabò. Mi piacerebbe tantissimo partecipare all’incontro del Caffè Pedagogico del 21 gennaio. Mi sarebbe molto piaciuto dare un contributo a livello gastronomico a questo dibattito, portando “brigadeiro” (dolcetti al cioccolato popolarissimi in Brasile), quindim e tapioca. Vorrei pure inventare un dolce in forma di bastoncino rosso e chiamarlo “pau-brasil”. Non mi ricordo dove ho letto che la Venezia del cinquecento è stata costruita sopra i tronchi millenari di pau-brasil arrivati dalla nuova colonia portoghese.
Russi da Morire!

2007.01.14
Ieri ho dovuto cambiare stanza, la singola non era più disponibile. Ho dormito in una camera doppia con Max, il Bello. Poverino, non stava tanto bene. Le vicende del cuore, da una parte, e l’imbarazzo della scelta dall’altra, hanno messo in crisi altre parti del suo organismo. Il suo malessere, mal di pancia per gli altri mortali, ha creato un certo subbuglio nel riparto donne (97%) del Master. Prendendo spunto da questa atmosfera frizzante che si è creata a torno a lui, ho raccontato, la mattina dopo, che abbiamo passato la notte in ospedale. Non solo; ho detto che il medico aveva affermato che il malato aveva bisogno di tante coccole. Non ostante l’assurdità della storia mi hanno creduto tutti, anzi, tutte. Quando Max è entrato in sala è stato subito sottoposto a un trattamento intensivo “coccolaterale”. Dopo un po’, Max mi si avvicina e dice: “ Te lo dicco in simpatia, ma russi da morire!”
Questa è stata per me una rivelazione sconvolgente. Ma come, nessuno mi ha mai detto! Certo, mica vado in giro dormendo con altre persone, purtroppo. Ma almeno Gi mi avrebbe detto qualcosa.
Finito l’incontro, mi sono diretto a Siena per incontrare Gi, che doveva dare un esame all’Università la mattina seguente. Ci siamo incontrati sul treno nel tratto Bologna – Firenze.
Gi, il mio compagno di stanza ha detto che russo da morire.
“A chi lo dice!”
Ma come a chi lo dice, tu lo sapevi? Perché non mi hai mai detto niente?
“Ma dai che non è grave. Poi, non è sempre che russi”
E quando russo?
“Soltanto quando dormi”
Siamo sposati da più di vent’anni e Gi mi tiene le cose nascoste. Uhm, mi ha messo la pulce nell’orecchio.
Ci abbiamo mangiato sopra, in un ristorantino vicino al residence dove eravamo ospiti a Siena. Gi era in grande forma. Prima di rientrare ci siamo fermati un attimo in una chiesa dove si faceva una sorta di vigilia. Sul portone d’entrata c’era una citazione di Sant'Agostino: “Una piccola cosa è certamente una piccola cosa, ma fare bene una piccola cosa, è una grande cosa.”
Siamo andati a letto e alla fine mi sono addormentato e sicuramente avrò russato; bene.
Scacchi, Guerra e Garibaldi

2007.01.13
Secondo giorno del seminario di psicomotricità. Abbiamo discusso le questioni suscitate dalle lezioni, in piccoli gruppi.
Alla fine della giornata, mentre aspettavo per uscire con le colleghe per andare a cena, mi è capitato davanti un folder che parlava della Piazza di Marostica dove, negli anni pari, si tiene una partita di scacchi viventi, una tradizione che risale al 1454. In quel anno due giovani nobili volevano battersi in un duello per contendersi la mano della figlia del Castellano del paese. L’illuminato Castellano ha proposto che la disputa si facesse con una partita di scacchi, in piazza. Il vincitore si sarebbe sposato con la figlia oggetto della disputa, mentre lo sconfitto sposerebbe la sorella.
Mi sono ricordato che nel 1990, prima della guerra di Bush padre contro Saddam Hussein, la neo creata Babilônia ha organizzato un torneo di scacchi con la partecipazione di persone di diverse nazionalità residenti a Natal, come forma di manifestazione ludico culturale contro la guerra imminente. Quanto sangue sarebbe stato risparmiato se il conflitto fosse risolto diversamente. A diciasette anni di distanza, si combatte ancora, non si sa bene perché. La guerra dovrebbe diventare un tabù, una sorta di azione non degna dell’essere umano civilizzato. Sarà cosi un giorno? O ci ammazzeremo tutti prima?
Nel frattempo, sono arrivate le colleghe e siamo andati a mangiare alla Trattoria Garibaldi, l’eroe dei due mondi. Siamo stati da Dio, abbiamo mangiato e bevuto in santa pace. Al posto del sangue, il vino; invece delle bombe ci siamo fatte tante risate.
sabato, gennaio 20, 2007
Rincontro, Bassano del Grappa e Psicomotricità

2007.01.12
Non mi è mai piaciuto alzarmi presto, ma se devo fare qualcosa di bello o d’importante, ecco che diventa quasi divertente.
Mi ricordo una volta, quando ero bambino, e che mio padre finalmente si è mostrato disponibile a portarmi con sé per andare a pescare. Ma c’era un problema: si partiva prestissimo e se io non mi svegliasse alla prima chiamata, rimanevo a casa.
Mica ho dormito, io. Quando mio padre è entrato in camera, senza accendere la luce per non svegliare miei fratelli, l’ho sorpreso io che ero già in piede e vestito, pronto per partire.
Così, anche oggi mi sono svegliato presto, bello e fresco, con quel pizzico di eccitazione per il rincontro con i colleghi del Master, a Bassano del Grappa, che è anche la terra della grappa, o sarpa, come la chiamano da queste parti.
Questo è stato il quarto incontro, ma per certi versi è stato anche il primo. Il primo incontro dell’anno, ma anche la prima volta che l’ho vissuto come un vero rincontro. Ormai si sono creati dei rapporti all’interno del gruppo, inizio di rapporti di amicizia a colore, acquarello, pastello, comunque a colore.
Mi sento spinto verso gli altri, mosso da un soffice sentimento di curiosità vera che mescola ammirazione e critica, empatia e un’infantile voglia di scherzare. Per la prima volta, almeno che mi ricordi, non c’è nemmeno una persona che m’ispiri antipatia o indifferenza. Magico!
Ho lasciato lo zaino all’hotel e sono andato a cercare l’ARFAP (Associazione per la Ricerca e la Formazione all’Aiuto Psicomotorio). Non c’era ancora nessuno tranne che la Professoressa Sonia Compostella. Mamma mia, che persona squisita. Abbiamo fatto due chiacchiere, ho raccontato un poco di me, ho scoperto che c’è una psicomotricista brasiliana che è il punto di riferimento in Brasile per il Metodo Aucouturier, Sílvia Carnê.
Siamo andati insieme per ricevere il gruppo davanti all’Hotel Brennero. Arrivavano in piccoli gruppi: Tiziano e Tiziana; Irene, Antonella e Marta; Noodle, Geyleen e Federica; Lara, Laura, Chiara e Max; Diavolona e Diavoletta; Luca e Paola, Francesca, Silvia, Fiofil, Chiara Piazza e Carla(in ritardo).
Il seminario di psicomotricità si è basato sulla proiezione commentata di sedute di psicomotricità tenute dalla Compostella. Alla fine, la Professoressa ha fatto delle considerazioni generale sull’attitudine di aiuto, sui bambini, sugli adulti e sul gioco.
Dopo l’incontro siamo andati a cena d’Al Saraceno. Eravamo in 11: Diavolona e Diavoletta, Chiara, Max, Carla, Federica, Silvia, Lara, Laura, Geyleen e io.
Sono stato benissimo e ho dormito come un sasso.
giovedì, gennaio 11, 2007
Koan dei Nomi
2007.01.11
Non sapevo cosa fosse un koan. Me l’ha detto Noodle (Luca), un collega del Master. Si può dire che il koan è uno strumento di meditazione orientale che consiste in proporre una domanda, un dialogo o altro, apparentemente assurdo, che serve di spunto a un percorso di scoperta. Si può capire meglio visitando il sito:
Koan Wikipedia Un esempio delizioso si trova nella chiusura della tesi proprio su i koan, di Andrea Vittorini:
Il maestro: “Che cosa è lo Zen?”
L’allievo (dopo una lunga pausa): “E’ Zen”
Il maestro: “Chiacchierone”
(Aneddoto di D. Suzuki)
www.koanseling.com
Domani m’incontrerò con i colleghi del Master e gli consegnerò i koan che avevo preparato per me stesso per ricordare i loro nomi.
Adesso intendo raccontare il viaggio mentale che ogni koan mi ha spinto a fare. Penso di fare altri per altre persone che conosco, utilizzando altri mezzi. Se vuoi vedere i primi koan poi visitare il sito:
www.flickr.com/groups/koandeinomi
.
Mutazione Tele-Genetica

2007.01.10
Non potevo mai immaginare che un giorno avrei partecipato come cavia ad una sperimentazione scientifica.
Sono stato infetto da un virus telematico che ha fatto un salto tele-genetico e riesce infettare gli esseri umani che trascorrono molto tempo davanti al computer. Questo fine settimana andrò a Bassano di Grappa per le prime sezioni di terapia psicomotoria. Microsoft e le case farmaceutiche stano lavorando insieme per sviluppare un antivirus telegenetico.
Intanto mi sto divertendo a costruire l’albero genealogico della mia famiglia usando il programma GENEALOGIA. E’ veramente forte.
Spero di star meglio per dopodomani, per l’incontro a Bassano.
E’ giallo sulla morte di Saddam Hussein. Sembra che gli americani abbiano impiccato un suo sosia per sbaglio.
Oggi ho chiacchierato con Zia Olga, Zia Teresinha e con Nenê. Grazie, SKYPE.
Dauro Veras, mio grande vecchio amico, mi ha mandato una foto del nuovo gioco dei bambini brasiliani: “notebook de pau”. E’ arrivata la fine del mondo!
http://dauroveras.blogspot.com/2007/01/notebooks.html
mercoledì, gennaio 10, 2007
Giornata Dispersiva

2007.01.09
Dovrebbe essere una giornata di studio e di preparazione per l’incontro del Master di questo fine settimana. In parte è stato così. Ho letto una dispensa sull’educazione degli adulti della Professoressa Ivana Padoan e ho ascoltato mezzora di registrazione della lezione di Mario Paolini sulla Musicoterapia. Il resto della giornata ho dedicato al caricamento delle due foto per il concorso della JPG Magazine, una rivista ondine. Per il tema lavoro ho messo la foto di Massimo Mosca mentre fa la manutenzione di una macchina di stampa offset, AURELIA, alla Tecnostampa , scattata nel 2000. Per il tema strada ho messo una foto di un gruppo di musicisti che suonano durante la manifestazione per la pace del 15 febbraio 2003. Queste due foto mi hanno innescato una serie di ricordi di due fasi dell’attuale periodo italiano. Il lavoro in fabbrica all’arrivo in Italia e l’amicizia con Daniela Marsigliani e Marisa Pizzichini iniziata proprio sul treno della pace del 15 febbraio. Poi le associazioni mentali: pace, guerra, Irak, Saddam Hussein, Babilonia, Natal…
Poi ho risposto alcuni email, prenotato l’albergo a Bassano di Grappa, ho letto la notizia sul giallo della strage di Erba. Strage perpetrata dal tunisino geloso, ex carcerato che esce dalla prigione grazie all’indulto, che poi diventa la strage fatta da una normalissima coppia di italiani che ha per movente 3.500 Euro. Sono le 4:45 del mattino e tutto va bene.
martedì, gennaio 09, 2007
Check Out My Submission to JPG Magazine
Hi there! Ayres Marques wanted to tell you about this submission to JPG Magazine. Check it out!
http://www.jpgmag.com/photos/43507
Sto partecipando al concorso della rivista online JPG Magazine con queste foto. Se ti piacciono, votale. Abbraccio, Ayres
Check out this JPG Submission
Hi there!
Ayres Marques thought you might like this submission to JPG Magazine's next issue. If you do, vote it up!
http://www.jpgmag.com/photos/43483
Thanks,
--JPG Magazine
Generazione a Scoppio Ritardato

Foto: Marina
2007.01.08
Abbiamo fatto pace il computer ed io. Abbiamo entrambi riconosciuto i nostri errori. Anche il vecchio buon scanner ha deciso di collaborare. Sono andato da De Angelis per ordinare il porta-pellicola FH-3 per il Coolscan: 44.00 Euro. Poi sono andato a piedi fino la Feltrinelli, circa 5 km andata e ritorno. Cercavo “Carte d’Identità”, della Fabbri, consigliatomi dalla Professoressa Ivana Padoan, per la mia tesi del Master. E’ fuori catalogo. Ho fatto un salto da Alessandro Finucci della Biblioteca di Loreto e tutto a posto, tra alcuni giorni lo avrò in mano. Roberto Castra mi ha guidato via telefono per “risetare” il computer. Ho istallato un antivirus e adesso sto tranquillo per quanto riguarda il computer, ma sento che io ho preso un virus influenzale. Spero non dover andare in quarantena. Ho scattato alcune foto nel pomeriggio per documentare la disposizione dei quadri e delle foto esposte a casa. C’era una bella luce. Oggi, ascoltando Damasco, a Radio 3, ho sentito Francesco Piccolo che commentava la sua identificazione col sentimento di “generazione perduta” proprio di Scott Fitzgerald. Questo mi ha fatto ricordare un episodio successo nel 75 quando studiavo nel Colégio de São Bento, che vorrei un giorno raccontare. Ho pensato a Gilfredo Pinheiro, Ottoni Fontana, Bosco Brasil, Renato Ambrósio e a un altro sambentista, che ha fatto un tipo di manifestazione “sovversiva”, in mezzo alla dittatura militare, distribuendo noci ai passanti del Largo de São Bento ripetendo sarcasticamente: “o Brasil è feito por nozes”. Forse la nostra non è una generazione che ha fatto cilecca, ma semplicemente sarà a scoppio ritardato. Almeno lo spero.
lunedì, gennaio 08, 2007
Domenica Persa

2007.01.07
Ho perso tutta la domenica a combattere con lo scanner Nikon Coolscan V ED per scansionare le pellicole del periodo della Tecnostampa. Ma non c’è stato verso. Alcune strisce semplicemente non vengono accettate a causa di una minima irregolarità. Ho provato con il vecchio scanner della Epson, il Perfection 1260, ma anche lui non lavora la domenica. Mi tocca adesso comprare il porta pellicola fh-3, che non so quanto costa, ma che sicuramente dovrebbe essere fornito con lo scanner che è costato 735.00 Euro. Io sono testardo ma il computer è molto più testardo di me.
Avrei voluto iniziare la settimana con un a sensazione di aver concluso qualcosa. Ma non fa niente, bisogna sempre fare i conti con gli imprevisti. Mi ha salvata la domenica una chiacchierata attraverso Messenger con Bia Beatriz, mia cugina, mentre tentavo di capire lo scanner, il computer, l’informatica… Ayres, oggi hai preso zero.
domenica, gennaio 07, 2007
Russell, la Fabbrica e la Felicità

2007.01.06
Bertrand Russell, mio guru, ha suggerito ai suoi contemporanei inglesi che soffrivano di noia, di andare in vacanza a lavorare in una fabbrica dell’Unione Sovietica. Secondo lui, era molto probabile che l’annoiato inglese sarebbe tornato trasformato dalle sue vacanze. Appena arrivato in Italia, nel 2000, rileggevo il suo divertente trattato filosofico sulla felicità nelle poche ore che non mi trovavo a lavorare in fabbrica, alla Tecnostampa. Non era certo una siderurgica sovietica, ma il passaggio di una vita all’area aperta, sotto un sole “nordestino” rinfrescato dalla brezza atlantica della spiaggia di Ponta Negra alle giornate da operaio manuale dentro un’industria grafica in mezzo a enormi macchine rumorose, respirando il profumo di inchiostro e trielina non rientrava assolutamente nei miei progetti di vita.
Oggi ho passato la giornata a scansionare i negative delle foto che ho scattato in quel periodo. Ho scansionato circa la metà dei trecento scatti che sono riuscito a trovare nei miei album. Scattavo solitamente di sabato, quando la fabbrica era un po’ meno caotica, i capi si vedevano di meno e i miei colleghi operai erano meno stressati.
Mentre guardavo quelle immagini, alcune veramente belle, a distanza di 5 anni, ricordando e rivivendo quel periodo epico-prosaico della mia vita, mi rendevo conto di quanto la fotografia e Bertrand Russell mi abbiano aiutato a trascorrere quelle lunghe giornate e a dare un senso e un po’ di emozione a quella fase della mia esistenza. Mi sono ricordato di alcuni progetti che avevo e di alcune storie che volevo raccontare. Spero di poterlo fare un giorno, un giorno che sento che si sta avvicinando.
sabato, gennaio 06, 2007
Storie di Famiglia in Lontananza

2007.01.05
Mi ero proposto di andare a letto più presto.
Ultimamente non riesco a finire le mie cose giornaliere prima delle 2.30 di notte.
Prima di sconnettere il computer, ho voluto salutare brevemente mia zia Olga che vive a Caldas Novas, in Goiás, Brasile. Erano le 9. Ho appena chiuso la chiamata: è l’una di notte.
Mentre chiacchieravamo, è venuto fuori il nome di mio zio Atílio, poi di mia zia Terezinha, e di mio cugino Marcos e di mie cugine Teresa e Lígia. Allora abbiamo deciso di provare a chiamarli.
Fortunatamente li abbiamo trovati a casa, Marcos e zia Terezinha. Mentre parlavo con Zia Olga con MSN, parlavo con Zia Terezinha e Marcos con Skype Out, senza che Zia Olga e Zia Terezinha potessero sentire una all’altra.
Una volta finita la chiamata con Zia Terezinha e Marcos, ho iniziato a salutare anche Zia Olga. Nel frattempo suona il telefono. Era Marcos che chiamava Zia Olga. Allora ero io che sentivo solo Zia Olga che parlava con lui. Ogni volta che volevo intervenire lo dovevo fare attraverso Zia Olga. Poi anche Zia Terezinha ha chiamato Zia Olga che andrà a Brasília domani per incontrarli.
Comunque è solo l’una e un quarto e io sono riuscito a tenermi al mio proposito di andare a letto più presto, anche se non di molto.
venerdì, gennaio 05, 2007
Voci Bianche
2007.01.04
Abbiamo accompagnato Marina a Grottazzolina per la rassegna di voci bianche.
Si sono presentati il Coro di Grottazzolina, diretto dal Maestro Katy Nataloni, il Coro San Massimiliano Kolbe di Jesi, diretto dal Maestro Nicola Ciarimboli e il Coro Stabile dell’Istituto Comprensivo di Loreto, diretto dal Maestro Tiziana Antrilli.
I bambini hanno potuto partecipare a un workshop condotto da una simpaticissima ragazza spagnola, Maestro Pilar Bravo.
La chiesa dove si è svolto il concerto, Chiesa S.S. Sacramento, ha dei bellissimi affreschi.
Il programma portava una citazione di Robert Schumann: “In ogni bimbo si può cogliere una meravigliosa profondità espressiva…”
giovedì, gennaio 04, 2007
La Luna e il Mar lontani…

2007.01.03
La luce stupenda della giornata di oggi e l’emozione di vedere quadri e foto ben sistemati sulle pareti di casa, il carpaccio di salmone e champignon preparato con l’aiuto di Marina, l’Alcamo, vino bianco della Sicilia e la consueta dolcezza di Gi hanno vestito la mia saudade di Natal con un abbigliamento di lusso. Allora mi è venuta l’idea per un video che racconta come tutto qui mi rapporta alla Città del Sole. Con le immagini di Loreto, Porto Recanati, Numana e Sirolo, con lo sfondo musicale delle voci di Terezinha de Jesus e di Elino Juliao, i miei commenti nostalgici e Gi con Marina che appaiono ogni tanto, cosi per caso, ma che per caso non è.
Ho già ripreso le prime immagini. La Luna che nasce dietro l’Adriatico piato, vista dalla finestra di camera mia. La luna e il mare qui mi sembrano lontani se paragonati alla luna che sorge dietro il Morro do Careca sulla spiaggia di Ponta Negra visti dalla finestra della mia Babilônia.
E as aves que aqui gorjeiam não gorjeiam como lá…
mercoledì, gennaio 03, 2007
Le scelte, il caso e il sudore

2007.01.02
Molto più difficile che ritagliare i passepartout montare le cornici, bucare il muro con il trapano, mettere dei gancetti, spezzare le catene e appendere i quadri in un posto preciso, è decidere quale opera esporre e quale conservare temporaneamente nascoste. Le ragioni di ordini affettivo, visivo, di importanza storica e di significato personale si combattono a vicenda per imporsi una sulle altre. Mi occorrerebbero altri 150 m² per poter mostrare una parte più consistente della mia collezione di foto e pittura. Ogni tanto smetto di scrivere queste parole al computer, alzo gli occhi e guardo i lavori esposti in sala. Dietro ogni lavoro c’è un artista che ho conosciuto, che a volte è diventato un amico. Dietro ogni quadro, dietro ogni foto c’è una storia, c’è un momento carico di significati, a volte sfuggenti ma sempre pieno di emozione. Sulla parete proprio davanti a me vedo dei Marcelus Bob, Falves Silva, Carlos Humberto Dantas, Novenil, Morgantini, Fernando Uzeda, Enzo Bevilacqua, J. Medeiros, Antonello L’Abbatte, Diniz Grilo, Vatenor, Assis Marino, Pedro Pereira, Dorian Gray, Silvia, Romeo Bocconi, Marcelo Fernandes e Aucides. Sulla parete alla mia sinistra ci sono le mie foto e su quella dietro a me ci sono le foto dei miei maestri: Chico Canhão, Professor Carlos Lyra, Emerson do Amaral, Nadelson, Paulo Oliveira, Corrado Vidau, Bacco da Silva, Fernando Pereira. Lungo i corridoi e nelle camere ci sono gli altri fotografi, la maggior parte amici miei. Ogni foto, ogni quadro racchiude un racconto, che un giorno vorrei poter svelare, magari chiacchierando con mio amico João de Deus, João Carlos e il Signor Anchieta, la prossima estate qui in Italia.
martedì, gennaio 02, 2007
Buon Giorno 2007

2007.01.01
Buon Giorno, 2007!
Giornata dedicata alla sistemazione delle foto e dei lavori su carta di artisti natalensi.
Riguardare le foto, le opere degli artisti-conoscenti e amici, vederle sulle parete dell’appartamento, mi sembra la rinascita della Babilônia.
Mi pare di essere ben avviato lungo il percorso di elaborazione dell’allontanamento e del distacco fisico dalla mia città, dalla mia spiaggia, Ponta Negra.
Sono forti e aggrovigliati i legami con la gente, la terra e il mare di quel pezzettino di mondo: casa mia.
Re-inventare la Babilônia, qui in Italia. E’ già cominciato…
2007 inizia con speranze serene, alcune intenzioni semplici e che non sono promesse. Vediamo per quanto tempo reggeranno.
Foto: Gi che legge per Marina
Video: Gi che legge per Marina.
Blog: Buon Giorno 2007!
Albero genealogico:
Adélia Ribeiro Franco = nonna di mia nonna Rosa
ha avuto tre figli:
Emídia (madre di nonna Rosa), Oswaldo o Osvaldo Ribeiro Franco e un’altra che Zia Olga Adélia non si ricorda.
Adélia Ribeiro Franco, è scesa a piede da Bahia, probabilmente da Catolé, e si è stabilita a Mococa.
Osvaldo Ribeiro Franco è continuato fino a São José do Rio Pardo. Più tardi si sarebbe trasferito a São Paulo.
Emídia Ribeiro Franco si è sposata con Sebastião, ma è diventata vedova molto presto.
Nomi di persone e luoghi che raccontano una storia:
Rodovário, attuale Alumínio, (Vovô)
João Rossi, (bisavó Emídia)
Largo da Pólvora, (Baixinho)
Dr. Said, (Mamãe)
Vitória, (Titia Olga)
Barra Alegre, Araguari, (Mamãe)
venerdì, dicembre 22, 2006
domenica, dicembre 03, 2006
domenica, novembre 05, 2006
Fototerapia in Italia
© 2006, Ayres Marques Pinto, Fotografo e Animatore – fototerapia@libero.it
La Fototerapia in Italia: una ri-scoperta
Ayres Marques Pinto, 2006
Non sapevo niente sull’esistenza della fototerapia quando mi è venuta in mente l’idea di condividere il piacere di scattare delle foto con persone che attraversavano un momento difficile della loro vita. Semplicemente ero consapevole dei cambiamenti che occorrevano dentro di me ogni volta che uscivo portando con me la mia macchina fotografica: prestavo più attenzione alle cose intorno a me, le emozioni diventavano più forti e si creava un nuovo tipo di contatto visivo con le altre persone.
Basandomi su questa percezione ho elaborato il progetto Foto-Inconscio che consisteva sostanzialmente nel coinvolgere attivamente gli ospiti di una comunità psichiatrica nei vari momenti del processo fotografico: dalla posa allo scatto (dentro e soprattutto fuori della comunità), dalla creazione dei loro album di famiglia alla scrittura dei racconti che ne scaturivano; dallo sviluppo dei rullini alla stampa delle foto in camera oscura; dalla scansione delle foto ai ritocchi delle immagini al computer; dalla scelta delle foto all’organizzazione di una mostra.
L’idea di questo progetto è nata a Natal, nel Rio Grande do Norte, in Brasile, quando nel 1995 realizzavo la video-antologia “Um Dia – A Poesia” (Un Giorno – La Poesia), per la Festa Nazionale della Poesia, il 14 Marzo. Il poeta visuale Dottor Franklin Capistrano è stato il primo ad accettare l’invito a partecipare al video, facendo la sua performance nel suo posto di lavoro: il manicomio della città.
Mentre lo psichiatra diceva i suoi poemi visivi lungo i corridoi dell’ospedale, ho notato che i pazienti ci osservavano con curiosità e che molti di loro volevano prendere parte alla performance. In quel periodo ho iniziato a immaginare come sarebbe stato interessante fare un percorso fotografico insieme alle persone con disturbi mentali.
L’opportunità di concretizzare quella idea si è presentata nel 2001, quando un’amica psicologa, Rita Messi, ha parlato del mio lavoro a Loredana Chielli, direttrice della comunità psichiatrica Il Filo di Arianna, gestita dalla cooperativa sociale ASS.COOP di Ancona.
Nella mia prima visita al Filo di Arianna, sono stato ricevuto da un signore molto elegante e attento che ha ascoltato con interesse la mia proposta di progetto. Alla fine della presentazione, il gentile signore mi ha condotto all’ufficio della direttrice. Soltanto allora ho capito di non aver parlato con lo psichiatra ma piuttosto con un ospite della comunità.
Nell’ufficio, oltre alla direttrice, si trovavano due persone: un giovane che masticava nervosamente le punte dei suoi capelli, e una signora fortemente truccata, dai capelli rosso Ferrari, che parlava con una voce da baritono mentre fumava accanitamente.
Notando il mio disagio nel parlare del progetto in presenza di quelle persone strane, Loredana me le presentò: erano due educatori.
Con meno entusiasmo ho presentato la proposta di realizzare un percorso fotografico, “Foto-Inconscio”, insieme agli ospiti e operatori della comunità. È stato approvato.
Per due anni abbiamo girato per Ancona scattando delle foto, sviluppando dei rullini e stampando le immagini che più tardi sarebbero state organizzate in una mostra che ha sorpreso tutti per la sua forza e originalità.
Questa esperienza ci ha permesso di capire quanto e in quale modo gli atti del fotografare possono avere una valenza terapeutica.
Qualsiasi attività è potenzialmente terapeutica: camminare, dormire, praticare sport, andare al cinema, suonare uno strumento, ridere, chiacchierare; perciò, anche scattare, guardare o mostrare delle foto può essere profondamente terapeutico, ma lo è in una maniera molto particolare che risulta dalla propria specificità della creazione dell’immagine fotografica.
Dato che l’immagine fotografica non è costruita manualmente, ma viene catturata direttamente dal mondo esteriore, il fotografo è obbligato a uscire da sé, a stabilire un contatto con la realtà e così facendo crea una connessione tra il suo mondo interiore con quello che lo circonda. Inoltre, questo tipo di rapporto “dentro-fuori” mediato da una macchina fotografica dà al fotografo un potere decisionale che poche altre attività possono offrire. Il fotografo è l’unico a decidere, in mezzo ad infinite possibilità, ciò che sarà immortalato.
Lungo questo percorso ho potuto osservare alcune persone, che di solito erano completamente assorbite dai loro pensieri, alzare gli occhi e cominciare a guardare il mondo, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica. Ho visto delle persone con una bassa autostima mostrare al pubblico orgogliosamente le bellissime foto che loro stesse avevano scattato e stampato.
Una volta ho domandato a un ospite cinquantenne, F.D., che aveva trascorso gran parte della sua vita in svariate istituzioni psichiatriche, perché a lui piaceva così tanto prendere parte al progetto; e in quale maniera riteneva che la fotografia lo stesse aiutando. Lui mi ha spiegato di essere sempre stato ansioso, ma quando usciva per fotografare era in grado di passare tanto tempo a guardare attraverso il mirino e mentre aspettava il momento esatto di scattare una foto nel modo che lui voleva, la sua ansia spariva.
“Al contrario, mi sento come se fossi sospeso nel tempo, come se non ci fosse un passato o un futuro da preoccuparmi, ma mi sembra che ci sia soltanto il momento presente”.
F.D. si è rivelato un fotografo molto originale con un senso acuto di composizione di tipo geometrico, nelle sue foto la città sembrava un paesaggio sempre vuoto, senza abitanti.
Ho fatto una domanda simile all’ospite più giovane della comunità, L.C., un’adolescente che aveva abbandonato casa precocemente e che nonostante l’età aveva già un importante vissuto alle spalle prima di trovarsi in comunità. Lei ha spiegato di aver condotto la sua vita in una specie di simultaneità a 360 gradi: “Ho sempre voluto vedere tutto, sperimentare tutto contemporaneamente. Quando scatto però, nonostante mi senta libera di fotografare quello che voglio e come voglio, sono obbligata a scegliere una piccola fetta del mondo alla volta”. Questo limite imposto dalla sua macchina fotografica le ha fatto capire che lei poteva essere se stessa e esprimersi liberamente anche quando era chiamata a fare i conti con le restrizioni imposte da un mezzo espressivo o, per estensione, dalle regole della società. Per l’allestimento della mostra L.C. ha preferito mostrare un gran numero di piccole fotografie messe insieme che formavano dei grandi pannelli, mentre gli altri hanno preferito fare delle stampe più grandi di una piccola selezione di foto.
Queste due persone hanno lasciato la comunità subito dopo la mostra. L.C. si è iscritta all’università, al DAMS di Bologna. F.D. è andato a vivere per conto suo e vive una vita normalissima, fa dei corsi di lingue straniere e viaggia in Europa, addirittura in aereo.
Non ritengo certamente che sia stata la fotografia la responsabile del lieto fine di questi due casi, ma credo soltanto che abbia avuto un ruolo, forse importante, nel processo della loro cura.
Fra i tanti fattori che hanno contribuito all’esito di questo primo intervento vorrei menzionarne tre:
1. il fatto di aver rifiutato il ruolo di istruttore di fotografia. Non mi sono mai preoccupato di insegnar loro a fotografare; al contrario, sono stato io ad aver imparato tanto da loro. Le nozioni tecniche della fotografia venivano prese in considerazione soltanto quando loro ne avvertivano il bisogno. Ho sempre ritenuto più importante valorizzare l’originalità e l’unicità del loro sguardo piuttosto che insegnare loro a creare delle belle immagini per piacere agli altri.
2. la familiarità che abbiamo con la fotografia. La fotografia è di casa per tutti noi. Siamo stati fotografati dalla nascita, da sempre vediamo delle foto appese sui muri e la maggior parte di noi ha almeno un paio di volte scattato qualche foto. Per questa ragione la fotografia è più rassicurante e richiede paradossalmente una minore esposizione da parte nostra rispetto ad altre forme di espressione molto più antiche e può rappresentare un ponte verso la pittura (attraverso il collage per esempio), il racconto, il teatro, la danza e la musica. La fotografia è diventata parte della nostra forma mentis; secondo Marshall McLuhan, l’uomo del novecento vede fotograficamente.
3. la fotografia fa gruppo!
Al termine di questa prima esperienza ho avvertito la necessità di formarmi e di informarmi sulle modalità di utilizzo della fotografia come strumento riabilitativo e terapeutico. Ho iniziato a chiedere agli psicologi e agli psichiatri con cui lavoravo se potevano suggerire una bibliografia su questo tema, senza ottenere alcun risultato. Ho cercato delle informazioni presso gli amici fotografi e anche un professore di psicologia. Ma la ricerca non mi aveva portato a nessun titolo. Mi sono rivolto a internet e ho scoperto che la fototerapia era molto utilizzata in campo dermatologico per trattare alcune patologie della pelle per mezzo dell’applicazione della luce. A questo punto ho cominciato a credere che forse avevo casualmente scoperto qualcosa di nuovo, qualcosa che ho chiamato “fototerapia attiva”.
Finché un giorno L.C. mi ha invitato a partecipare alla lezione di apertura dell’anno accademico di Fotografia al DAMS di Bologna, tenuta dal professor Claudio Marra. Prima di partire per Bologna, sono passato in una libreria per cercare un libro del professor Marra. Ho visto un titolo molto interessante: “Le idee della fotografia”, pubblicato dalla Mondadori. Questo libro raccoglie un centinaio di testi sulla fotografia scritti da filosofi, storici, esperti della comunicazione e della semiotica, artisti, poeti, scrittori, sociologi e anche psicologi e psichiatri. Barthes, Eco, Calvino, Valery, Sontag, Wenders, McLuhan, Dubois e Bazin sono alcuni nomi famosi che compaiono in questa validissima antologia.
Fra questi testi si trovava anche un brano del libro “Fototerapia e Diario Clinico” di Giusti e Proietti, pubblicato da Franco Angeli. Questo libro, che non è più in commercio, è una guida all’utilizzo della fotografia e della scrittura in forma di diario in ambito psicoterapeutico. Gli autori dichiarano di aver seguito le strade aperte da due studiose della fototerapia: Linda Berman e Judy Weiser.
Il libro di Linda Berman “Beyond the Smile: The therapeutic Use of Photography” è stato pubblicato in Italia dalla Erickson Edizioni nel 1993 col titolo “La Fototerapia in Psicologia Clinica”. In questo libro l’autrice ripercorre il suo itinerario di scoperta e di utilizzo della fotografia nella sua pratica di psicoterapeuta. La Berman racconta la sua esperienza e espone le sue riflessioni che vengono sostenute da numerosi casi clinici.
Judy Weiser, psicologa americana, ha scritto il libro “PhotoTherapy Technics – Exploring the Secrets of Personal Snapshots and Family Albums” e gestisce il sito sulla fototerapia www.phototherapy-centre.com .
Ho trovato particolarmente interessante la distinzione proposta da Judy Weiser fra fototerapia e fotografia terapeutica. Secondo l’autrice, il termine fototerapia dovrebbe riferirsi soltanto all’utilizzo della fotografia come strumento coadiuvante del processo psicoterapeutico, ossia, la fotografia in terapia all’interno di un formale setting terapeutico nel quale una figura professionale della salute mentale aiuta un paziente a risolvere le sue difficoltà emozionali. In altre parole, fototerapia significa fotografia in terapia. Fotografia terapeutica a sua volta sarebbe l’uso della fotografia come terapia fatto da professionali, non necessariamente terapeuti, al di fuori del setting terapeutico. In questo caso, terapeutico ha lo stesso significato che i greci attribuivano alla parola “terapeia”, cioè, cura, attenzione, trattamento. Questa nomenclatura non è universalmente riconosciuta. Joe Spence e Rosy Martin, due importanti pioniere in questo campo, hanno una opinione diversa rispetto alla definizione della fototerapia. Per Joe Spence fototerapia significa “letteralmente, utilizzare la fotografia per curare noi stessi” e osserva che “la fototerapia dovrebbe essere vista in un contesto più ampio della psicanalisi, prendendo sempre in considerazione la possibilità della TRASFORMAZIONE ATTIVA”.
In questa prospettiva, il progetto Foto-Inconscio, realizzato presso la comunità psichiatrica Il Filo di Arianna sarebbe considerato un intervento di fototerapia secondo la definizione di Joe Spence e di fotografia terapeutica secondo Judy Weiser, considerandosi che le attività non avevano luogo all’interno di un formale setting terapeutico e non servivano come punto di partenza per la verbalizzazione di sentimenti, emozioni o ricordi. Il nostro unico obiettivo era il piacere di trovarsi insieme per fotografare. La nostra attenzione era rivolta alle cose e alle persone che ci circondavano, dimenticando per un momento le nostre preoccupazioni e i pensieri quotidiani, e era precisamente questo atteggiamento che trasformava i nostri incontri in qualcosa di terapeutico senza che fosse tuttavia terapia nel senso formale della parola.
La ricerca bibliografica è andata avanti grazie all’impegno del bibliotecario della Biblioteca Comunale di Loreto, Alessandro Finucci, che cercato titoli riguardanti la fototerapia presso le biblioteche di mezzo mondo. E così è arrivata alle mie mani una raccolta di saggi che, secondo me, rappresenta ancora oggi una guida teorica per chi desidera utilizzare la fotografia sia in terapia che come terapia. Si tratta del libro “Phototherapy in Mental Health”, organizzato da David A. Krauss e Jerry L. Fryrear, pubblicato dalla Charles C Thomas Publisher. Questa opera intende “offrire una visione generale nel campo della fototerapia, introdurre il lettore alla storia della fotografia e del suo utilizzo terapeutico, mostrare come la fotografia viene usata in terapia e quali concetti di psicoterapia sono maggiormente applicabili”. Questo libro mi è stato molto utile per la progettazione dell’intervento “La Mente nel Mirino – A Spasso per la Città” realizzato presso il Centro di Salute Mentale di Osimo, dal 2004 al 2006.
Questa iniziativa è stata caratterizzata dal lavoro di équipe, che era formata da due psichiatri, uno psicologo, tre infermieri e da me nel ruolo di animatore socio-culturale con esperienza in fotografia terapeutica.
La figura professionale dell’animatore socio-culturale è ancora poco conosciuta e poco utilizzata. Questa nuova figura, il cui scopo è il benessere dei soggetti, individuali e aggregati, si serve di specifici strumenti ludici, espressivi e di attivazione culturale. Guido Contessa, pioniere dell’animazione italiana professionale, dimostra come l’animazione possa far parte di un processo educativo, di un processo artistico o di un programma terapeutico pur mantenendo la sua specificità.
La ridefinizione del mio ruolo nel lavoro di gruppo, il coordinamento del responsabile dell’équipe, dottor Vinicio Burattini e gli incontri regolari di programmazione e valutazione ci hanno permesso di condurre un intervento multidisciplinare in maniera consapevole e organizzata. Il gruppo di utenti era formato da pazienti tra i 25 e i 40 anni, con disturbi gravi, che abitavano con la loro famiglia e frequentavano il CSM di Osimo per le visite e il trattamento ambulatoriale. Le principali attività del progetto consistevano nell’organizzazione di spedizioni fotografiche nei paesi della Provincia di Ancona e di Macerata e nell’elaborazione del materiale fotografico raccolto.
Il progetto si è concluso a Loreto con la mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia”. Professionisti di diverse aree hanno presentato e discusso le iniziative connesse alla fototerapia realizzate nella Regione Marche. L’evento ha ricevuto il sostegno degli Assessori ai Servizi Sociali e alla Cultura del Comune di Loreto, il Signor Francesco Baldoni e la Signora Maria Teresa Schiavoni e ha contato sull’esperienza organizzativa della psicologa del CSM – Ancona Nord, Dottoressa Assunta Lombardi che ha coordinato il dibattito.
Il Professor Franco De Felice, docente di Psicologia all’Università di Urbino e presidente della cooperativa sociale ASS.COOP, ha fatto alcune considerazioni sul progetto Foto-Inconscio, realizzato presso la comunità Il Filo di Arianna e ha parlato delle tesi di laurea sulla fototerapia di cui è stato relatore presso l’Università di Urbino.
Il Dottor Vinicio Burattini ha analizzato alcuni aspetti del programma riabilitativo “La Mente nel Mirino – A Spasso per la Città” del Centro di Salute Mentale di Osimo.
In questa occasione ho presentato il libro che avevo pubblicato l’anno prima: “Il Volto e la Voce del Tempo” (Associazione BrasiLeMarche). Il libro raccoglie varie esperienze in cui la fotografia è stata utilizzata allo scopo di costruire ponti generazionali per avvicinare persone di differenti età. In una delle iniziative raccontate, gli studenti della scuola media ricevevano delle foto di anziani residenti in case di riposo e erano stimolati a scrivere la biografia immaginaria delle persone di cui conoscevano soltanto il volto. In un secondo momento, “biografi e biografati” si incontravano di persona per la prima volta, ma si sentivano già come se fossero vecchi amici.
La mostra-seminario “150 Anni di Fototerapia” ha rappresentato un importante incentivo alla formazione del Gruppo di Ricerca sulla Fototerapia (GRIFO).
Alla conclusione del seminario, una giovane psicologa si è avvicinata per commentare la sua sorpresa nello scoprire che la fototerapia esisteva da tanto tempo e non riusciva a nascondere il proprio disappunto nel constatare che la fototerapia non era una sua invenzione. La capivo molto bene, visto che anch’io avevo provato questo sentimento alcuni anni prima. Credo che ancora oggi molte persone non sappiano che il 22 maggio 1856, il Dottor Hugh Welch Diamond, fotografo amatore e psichiatra nel manicomio di Surrey, presentava alla Royal Society of Medicine, a Londra, la sua relazione sulle possibilità di applicazione della fotografia nel trattamento di pazienti psichiatrici. Hugh Diamond ha avuto l’idea di valersi del nuovo strumento tecnologico, la fotografia, per documentare con maggior precisione i casi di patologie mentali. Lo psichiatra inglese ha notato che alcuni pazienti rispondevano all’osservazione delle loro fotografie in maniera sorprendente: diventavano più consapevoli della loro identità fisica e prestavano più attenzione alla loro apparenza, poiché la loro autostima era rafforzata ogni volta che vedevano una loro foto in cui “stavano bene”. Le fotografie fatte da Hugh Diamond, la sua relazione e i disegni ispirati alle sue foto sono stati pubblicati nel libro “The Face of Madness”, organizzato da Sander L. Gilman, 1997, pubblicato dalla Citadel Press.
Spero comunque che molte altre persone, in tutto il pianeta, continuino a ri-scoprire la fototerapia per molti e molti anni. È con questo spirito che propongo il brindisi:
Fototerapeuti di tutto il mondo, unitevi!
Loreto, 22 maggio 2006
Ayres Marques Pinto – Fotografo e Animatore
fototerapia@libero.it
RE-INVENTANDO A FOTOTERAPIA NA ITALIA
© 2006, Ayres Marques Pinto, Fotógrafo e Animador sócio-cultural – fototerapia@libero.it
Re-inventando a Fototerapia na Itália
Ayres Marques Pinto, 2006
Não sabia da existência da Fototerapia quando decidi compartilhar o prazer de fotografar com pessoas que estavam atravessando um momento difícil da vida. Simplesmente era consciente da transformação que ocorreva dentro de mim sempre que saía carregando minha máquina fotográfica: prestava mais atenção às coisas ao meu redor, as emoções ficavam mais intensas e criava-se um tipo diferente de contato visual com as outras pessoas.
Inspirado a esta percepção elaborei o projeto Foto-Inconsciente que consistia basicamente em envolver ativamente os hóspedes de uma comunidade psiquiátrica nos vários momentos do processo fotográfico: posar para uma foto e fotografar (dentro e sobretudo fora da comunidade), construir o álbum de família e contar as histórias que as fotos mostravam, revelar os negativos e copiar as fotos no laboratório, escansionar e retocar as imagens ao computador, selecionar as fotos e organizar uma mostra.
A idéia deste projeto teve origem em Natal, no Rio Grande do Norte, quando em 1995, realizava a video-antologia “Um Dia – A Poesia”, em comemoração ao 14 de março, dia nacional da poesia. O poeta visual, Doutor Franklin Capistrano, foi o primeiro a aceitar o convite a participar do video, que foi rodado no seu local de trabalho: o manicômio da cidade.
Enquanto o psiquiatra recitava seus poemas visuais pelos corredores do hospital, reparei que os pacientes nos observavam com curiosidade e que muitos deles queriam participar à performance. Foi naquele período que comecei a imaginar como seria interessante realizar um percurso fotográfico juntamente a pessoas com distúbios mentais.
A oportunidade para concretizar aquela idéia se apresentou em 2001, na Itália, quando uma amiga psicóloga, Rita Messi, falou sobre o meu trabalho à Loredana Chielli, diretora da casa comunitária psiquiátrica “Il Filo di Arianna”, O Fio de Ariana que é admnistrada pela cooperativa social ASS.COOP de Ancona.
Na minha primeira visita ao Fio de Ariana, fui recebido por um senhor muito elegante e atencioso que escutou com interesse a proposta do projeto. Ao términe da apresentação o senhor conduziu-me gentilmente à sala da diretora. Somente então comprendi que não havia conversado com o psiquiatra mas com um hóspede da comunidade.
No escritório, além da diretora, encotravam-se duas pessoas: um jovem que mastigava nervosamente as pontas dos seus longos cabelos, e uma senhora muito maquiada, com cabelos tingidos de um vermelho Ferrari e que tinha uma voz grave e fumava avidamente.
Percebendo o meu constrangimento em falar do projeto na presença de terceiros, Loredana apresentou-me àquelas pessoas estranhas: tratavam-se de dois educadores.
Expus novamente, com um pouco menos de entusiasmo, a proposta de realizar um percurso fotográfico, chamado Foto-Inconsciente, com os hóspedes e os operadores da comunidade. Foi aprovado.
Por dois anos percorremos toda a cidade de Ancona fotografando e revelando os negativos, imprimindo as imagens que mais tarde foram expostas em uma mostra que surprendeu a todos pela sua força e originalidade.
Esta experiência permitiu que comprendêssemos o quanto e em que modo os atos fotográficos podiam ter um valor terapêutico.
É verdade que qualquer atividade é potencialmente terapêutica. Caminhar, dormir, praticar esporte, ir ao cinema, tocar um instrumento, rir, bater um papo e, portanto, fotografar, olhar e mostrar fotografias pode ser profundamente terapêutico; mas o é em uma maneira muito particolar, devido ao processo de criação da imagem fotográfica.
Dado que a imagem fotográfica não é construída manualmente, mas sim capturada diretamente do mundo esterior, o fotografo é obrigado a “sair” de dentro de si mesmo e estabelecer um contato com a realidade e criar uma ligação entre o seu mundo interior com aquele que o circunda. Este tipo de relação “dentro-fora”, intermediada por uma máquina fotográfica, dá ao fotógrafo um poder decisional dificilmente comparável a qualquer outra atividade. O fotógrafo é o único a decidir, entre tantas possibilidades, aquilo que será “imortalizado”.
No decorrer deste percurso fotográfico, pude observar algumas pessoas, que eram completamente absorvidas por suas preocupações, levantarem os olhos e começarem a olhar o mundo simplesmente porque carregavam uma máquina fotográfica. Encontrei pessoas, com baixa auto estima, mostrarem orgulhosamente ao público as fotos que tinham tirado e imprimido autonomamente.
Uma vez perguntei a um hóspede de 50 anos, senhor F. D., que tinha vivido grande parte da sua existência em instituições psiquiátricas, o porquê dele gostar tanto de fotografar e em que modo ele pensava que a fotografia o estivesse ajudando. Ele contou que toda a sua vida foi atormentada pela ânsia, mas quando saía para fotografar, era capaz de passar muito tempo olhando através do visor e que, enquanto esperava o momento exato para capturar a imagem que desejava, a sua ânsia desaparecia. “Sinto-me suspenso no tempo, como se não houvesse um passado ou um futuro com o qual preocupar-me, mas somente o presente”.
O senhor F.D. revelou-se um fotógrafo muito original, com um senso de composição do tipo geométrico. Nas suas fotos Ancona parecia uma cidade sempre vazia, sem habitantes.
Fiz a mesma pergunta a uma outra hóspede da comunidade, L.C., uma adolescente que tinha saído de casa precocemente e que, apesar da sua jovem idade, havia acumulado muita experiência de vida, nem sempre positiva. L.C. explicou-me que vivia em uma espécie de simultaniedade, “a 360 graus”. “Sempre quiz ver tudo, experimentar tudo e ao mesmo tempo”. “Quando fotografo, porém, apesar de sentir-me livre para fotografar tudo aquilo que quero e como quero; sou obrigada a escolher uma pequena porção do mundo por vez”. Esta limitação imposta pela máquina fotográfica demonstrou-lhe que ela podia ser ela mesma e exprimir-se livremente mesmo quando era obrigada a dialogar com restrições impostas por um instrumento, e por extenção, por regras da sociedade. Enquanto os outros hóspedes escolheram mostrar uma seleção de poucas fotos estampadas em tamanho grande, L.C. prefiriu expor um grande número de fotos de tamanho pequeno que juntas formavam grandes painéis.
F.D. e L.C. deixaram a comunidade logo após a mostra. L.C. comcluiu o segundo grau e matriculou-se ao DAMS da Universidade de Bolonha. Seu primeiro exame foi Fotografia. F.D. foi morar sozinho no apartamento deixado pela sua mãe e conduz uma vida normal, dedicando-se ao estudo e a viagens pela Europa.
Não afirmo certamente que a fotografia tenha sido a única responsável pelo desfecho positivo destes dois casos, mas acredito que este percurso fotográfico tenha desempenhado um papel importante no processo de cura de F.D. e L.C. .
Entre outros fatores que contribuíram para o bom êsito deste primeiro intervento, mencionaria três que considero especialmente importantes:
o fato de ter sempre rejeitado o papel de instrutor de fotografia. Em nenhum momento me preocupei em ensinar ninguém a fotografar. As noções técnicas de fotografia eram levadas em consideração somente quando alguém do grupo sentia a necessidade. Mesmo assim, fazia questão de sublinhar a importância primordial da originalidade e da individualidade do olhar de cada um.
a fotografia passou a fazer parte do DNA do homem contemporâneo. Fomos fotografados desde que nascemos e vivemos circundados por fotos, nas bancas de jornais, nos muros da cidade e nos meios de transporte. A maioria de nós, pelo menos uma vez na vida, tirou uma foto. Marshall McLuhan, afirma que a fotografia passou a fazer parte da nossa forma mentis; segundo ele, o homem do século XX vê fotograficamente. Por esta razão a fotografia é um instumento que nos é familiar e portanto acessível a todos. Paradoxalmente a fotografia exige de nós um esforço de exposição menor do que outros meios de expressão mais antigos e pode representar uma ponte que conduz à pintura (através da colagem, por exemplo), à literatura, ao teatro, à dança e à musica.
a fotografia é um excelente instrumento de aglutinação. A fotografia faz grupo.
Ao final desta primeira experiência, senti a necessidade de informar-me a respeito das possibilidades de aplicação da fotografia como instrumento reabilitativo e terapêutico. Iniciei a pesquisa perguntando aos membros da equipe com a qual trabalhava na comunidade se poderiam sugerir-me alguma referência bibliografica sobre este tema, mas não obtive nenhum resultado positivo. Consultei alguns amigos fotógrafos, um professor universitário de psicologia e um bibliotecário sem conseguir nem mesmo um título. Navegando em Internet descobri que por fototerapia se entende principalmente diversos tipos de terapias em âmbito dermatológico e psicológico que utilizam a luz (photo em grego) para o tratamento de algumas patologias. A esta altura comecei a pensar que tivesse descoberto alguma coisa de novo, alguma coisa que eu chamei de Fototerapia Ativa.
Até que um dia L.C. convidou-me para assistir à aula de inauguração anual do curso de Fotografia do DAMS da Universidade de Bolonha, com o professor Claudio Marra. Antes de partir para Bolonha passei em uma livraria e comprei um livro do Professor Marra: Le Idee della Fotografia, publicado pela Mondadori. Este livro recolhe uma centena de textos escritos por filósofos, historiadores, estudiosos de comunicação e semiótica, artistas, poetas, escritores, sociólogos e também psicólogos e psiquiatras. Participam a esta antologia alguns nomes famosos como: Roland Barthes, Umberto Eco, Italo Calvino, Paul Valéry, Susan Sontag, Wim Wenders, Marshall McLuhan, Philippe Dubois e André Bazin.
Entre os vários textos havia um fragmento do livro “Fototerapia e Diário Clínico” de Giusti e Proietti, da editora Franco Angeli. Este livro, que não está mais em comércio, é um guia introdutório ao uso da fotografia e da escritura de diário em um contexto psicoterapêutico.
Os autores do livro declaram de terem percorrido um caminho aberto anteriormente por duas estudiosas: Linda Berman e Judy Weiser.
Linda Berman, psiquiatra inglesa, é autora do livro “Beyond the Smile: The Therapeutic Use of Photography” que foi publicado na Itália pela Erickson Edizioni, em 1993, com o título “La Fototerapia in Psicologia Clínica”. Neste livro a autora repercorre o seu itinerário de descoberta da potencialidade do uso da fotografia na sua prática de psicoterapeuta. A autora relata suas experiências e conduz suas reflecções baseada em numerosos casos clínicos.
Judy Weiser, psicóloga americana, é autora do livro “PhotoTherapy Tecnics – Exploring the Secrets of Personal Snapshots and Family Albums” e coordenadora de um site sobre a fototerapia: www.phototherapy-centre.com .
Considero paricularmente instigante a divisão, proposta no site mencionado, entre a prática da fototerapia de um lado e da fotografia terapêutica do outro. Segundo a autora, fototerapia significa a utilização da fotografia como instrumento de apoio ao processo psicoterapêutico, ou seja, a utilização da fotografia em terapia. Neste caso, terapia significa exclusivamente o processo formal em que um operador da área da saúde mental, dentro dos limites formais do setting psicoterapêutico, ajuda um pasciente a enfrentar as suas dificuldades emocionais. A fotografia terpêutica, por sua vez, compreenderia todas as outras práticas que utilizam a fotografia fora do setting terapêutico com a finalidade de ajudar as pessoas por parte de outros profissionais que não sejam necessariamente terapeutas. Neste caso, terapêutico tem o mesmo significado que os gregos atribuíam à palavra “terapeia”, ou seja, tratamento, cura, cuidado.
Esta nomenclatura não é universalmente aceita. Joe Spence e Rosy Martin, duas importantes pioneiras neste campo, têm opinião diferente a respeito da definição de fototerapia. Para Joe Spence fototerapia significa “literalmente, utilizar a fotografia para a cura de nós mesmos” e observa que a “fototerapia deveria ser vista em um contesto mais amplo da psicoanálise, mas sempre levando em consideração a possibilidade da TRANSFORMAÇÃO ATIVA”.
Nesta perspectiva, o projeto Foto-Inconsciente, realizado na comunidade Fio de Ariana, seria classificado como um intervento de fototerapia segundo a definição de Joe Spence, ou, de acorodo com Judy Weiser, de fotografia terapêutica , visto que as atividades não aconteciam em um contexto terapêutico formal. Não utilizávamos a fotografia como pretexto para estimular a verbalização de sentimentos e lembranças. O nosso objetivo principal era simplesmente que nos abandonássemos ao prazer de fotografar em grupo, esquescendo por um momento as preocupações quotidianas. Acredito que era exatamente esta postura que transformava os nossos encontros em alguma coisa de terapêutico sem que fosse terapia no sentido formal da palavra.
A pesquisa bibliográfica continuou graças ao empenho do bibliotecário da Biblioteca Municipal de Loreto, Alessandro Finucci, que procurava livros sobre a fototerapia nas bibliotecas do mundo inteiro. Foi assim que chegou às minhas mãos um trabalho que, na minha opinião, representa ainda hoje um guia teórico completo para quem deseja utilizar a fotografia seja em terapia que como terapia. Trata-se do livro “Phototherapy in Mental Health”, organizado por David A. Krauss e Jerry L. Fryrear, publicado pela Charles C Thomas Publisher. O livro se propõe a “oferecer uma visão geral no campo da fototerapia, introduzir o leitor à história da fotografia e da sua utilização terapêutica, mostrar como a fotografia é usada em terapia e quais são os pricipais conceitos de psicoterapia aplicáveis à fototerapia”.
Esta obra foi-me útil para a elaboração do projeto “La Mente nel Mirino”, (A Mente no Visor), realizado no Centro de Saúde Mental de Osimo, a partir de 2004.
Este segundo intervento foi caracterizado pelo trabalho de equipe, que era fomada por dois psiquiatras, um psicólogo, três enfermeiros e eu como animador sócio-cultural com experiência em fotografia terapêutica.
A figura profissional do animador sócio-cultural é pouco conhecida e pouco utilizada. Esta nova figura, que opera no social a favor do bem estar de indivíduos e de grupos, serve-se de específicos instrumentos lúdicos, espressivos e de ativação cultural. Guido Contessa, pioneiro da animação profissional na Itália, demonstra em seus trabalhos, como a animação possa partecipar ao processo educativo, ao processo artístico ou a uma programação terapêutica mantendo a sua específica modalidade de atuação. A redefinição do meu papel no trabalho de grupo, a coordenação do psiquiatra responsável pela equipe, Doutor Vinicio Burattini, e os encontros regulares de programação e avaliação permitiram-nos conduzir um intervento multidisciplinar mais conscientemente organizado. O grupo era formado por pacientes entre 25 e 40 anos, com distúrbios graves, que residiam com a família e frequentavam o CSM – Osimo para tratamento ambulatorial. A principal atividade do projeto consistia na organizzação expedições fotográficas que aconteciam nas cidades das Províncias de Ancona e Macerata e na elaboração do material recolhido.
Esta experiência concluiu-se em Loreto, com a mostra-seminário “150 Anos de Fototerapia” que reuniu profissionais de diversas áreas que apresentaram e discuriram várias iniciativas de fototerapia na Região Le Marche. O evento recebeu o apoio do Assessores de Seviços Sociais e da Cultura da prefeitura de Loreto, senhor Francisco Baldoni e senhora Maria Teresa Schiavoni. Contamos com a experiência de organização da psicóloga do Centro de Saúde Mental de Ancona Norte, doutora Assunta Lombardi que também coordenou os debates.
O Professor Franco De Felice, docente de Psicologia na Universidade de Urbino e presidente da cooperativa social ASS.COOP, fez algumas considerações sobre o projeto Foto-Inconsciente, realizado na comunidade O Fio de Ariana, e sobre as teses de fototerapia que seus estudantes defenderam sob a sua orientação.
O Doutor Vinicio Burattini analisou vários aspectos do programa reabilitativo “A Mente no Visor – Um Passeio pela Cidade” do Centro de Saúde Mental de Osimo.
Nesta ocasião, apresentei o livro “Il Volto e la Voce del Tempo” (O Rosto e a Voz do Tempo), publicado pela Associazione BrasiLeMarche, 2005. Este livro relata várias experiências nas quais a fotografia foi utilizada com o objetivo de construir pontes geracionais para aproximar pessoas de idades diferentes. Em uma das iniciativas, alunos da escola do primeiro grau recebiam fotos de idosos residentes em asilos e eram estimulados a escrever a biografia imaginária daquela pessoa de quem conheciam apenas a fisionomia. Em um segundo momento, biógrafos e biografados se encontram pessoalmente pela primeira vez, mas se sentem como velhos amigos.
A mostra-seminário “150 Anos de Fototerapia” representou um impulso importante para a formação do Gruppo di Ricerca sulla Fototerapia (GRIFO).
Após o seminário, uma jovem psicóloga procurou-me para comentar a sua surpresa ao descobrir que a fototerapia existia há tanto tempo e mal conseguia disfarçar o seu constrangimento em constatar que não se tratava de uma sua invenção. Entendia muito bem o seu sentimento, pois eu também o havia experimentado alguns anos antes. Acredito que, ainda hoje, muitos não saibam que no dia 22 de maio de 1856, o doutor Hugh Welch Diamond, fotógrafo amador e psiquiatra do manicômio de Surrey, fazia à Royal Society of Medicine de Londres uma palestra sobre as possibilidades de aplicação da fotografia no tratamento de pacientes psiquiátricos, sendo portanto o primeiro “inventor” da fototerapia. Hugh Diamond teve a idéia de utilizar o novo instrumento tecnológico, a fotografia, para documentar com maior precisão os casos de patologias mentais. O psiquiatra inglês percebeu que alguns pascientes reagiam de maneira nova ao observarem as fotografias de si mesmos: tornavam-se mais conscientes da sua identidade corporal e passavam a prestar maior atenção ao aspecto físico. A auto estima era reforçada cada vez que olhavam uma foto na qual apareciam mais “bonitos”. Suas fotografias, seu discurso e os desenhos feitos a partir de suas fotos foram publicados no livro “The Face of Madness”, organizado por Sander L. Gilman, 1977, The Citadel Press.
Espero porém que muitas outras pessoas, nos quatro cantos do planeta, continuem re-inventando a fototerapia por muitos e muitos anos. É com este espírito que lanço este apelo:
Fototerapeutas do mundo, uni-vos!
Loreto, 22 de maio de 2006
Ayres Marques Pinto – Fotógrafo e Animador
fototerapia@libero.it
giovedì, ottobre 12, 2006
JPG Community
Dauro me convidou para participar da revista JPG Magazine.
Mandei esta foto para o tema Intimidades.
O que voce acha?
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JPG Magazine fotos Ayres
ali, no canto esquerdo
ou visite o site abaixo
http://www.jpgmag.com/photos/7583
sabato, settembre 30, 2006
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Poesia em liquidaçao. Aproveite!
Outro Dia - A Poesia: Carro de Som Poetico. Natal, RN, 1997
2 min 44 sec - 30-set-2006
Descrizione: A "sound car" announces the events for the celebration of the brazilian poetry day in Natal, RN in 1997.
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giovedì, settembre 28, 2006
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Cria. Guaraci Gabriel - Ayres Marques - Civone Medeiros
6 min 29 sec - 28-set-2006
Descrizione: A video by Ayres Marques that shows the performer Guaraci Gabriel in a surrealistic landscape in Macau, RN, Brazil with the voice of Cinone Medeiros. 1998
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